Mari's Red Room

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martedì 18 luglio 2017

Notte Horror 2017 - Creepshow

21:00
Settimane fa, insieme agli altri blogger parte del progetto Notte Horror, si parlava dell'organizzazione di quest anno, e si sceglievano i film.
Io, ingenuamente, sceglievo Creepshow.
Domenica George Romero ci ha lasciati, e a me pesa ancora un po' il cuore. Con la più infelice delle coincidenze, approfitto dell'occasione per salutarlo, nella speranza di rendergli giustizia.


Creepshow è un film antologico, composto da 5 episodi scritti da Stephen King e diretti da Romero, che riprendono i truculenti fumetti horror anni '50.

Due persone a caso, insomma. Due persone che, pur non essendo per tutti sinonimi di qualità, sono tra i più grandi amanti del genere che abbiano mai calpestato il suolo terrestre. Persone che guardano all'horror con gli occhi del bambino che guarda le rivistacce di nascosto dal papà, esattamente come quel tatino di un Joe Hill che compare nell'episodio cornice, e che grazie a questo amore hanno finito per creare altri bambini che guardassero ai mostri con altrettanto amore sconfinato.
L'unione dei due ragazzoni ha creato un gioiello, niente di meno di quello che ci si sarebbe aspettato da loro.

Si aprono le danze con un ragazzino che, punito a causa della sua passione per i fumetti dell'orrore, invoca i suoi mostri preferiti per vendicarsi del padre.
Zio Creepy ne approfitta per raccontarci qualche storia.
Nella prima, La festa del papà, incontriamo una famiglia leggermente disfunzionale, macchiata da efferati omicidi e visitata da qualche ritornante.
Pare piuttosto chiaro come in tutto il film Savini, agli effetti speciali, si sia divertito nel creare i morti. Putrefazione, sangue, volti scavati, occhi sporgenti...non ci si fa mancare niente, e non si lesina nel mostrare le creature nel dettaglio, con inquadrature degne del miglior mezzobusto del tg delle 8. I morti di Savini sono comunque più credibili.

Il primo episodio è goduriosissimo, la sporcizia di questa famiglia è divertente e altrettanto lo sono le loro morti. Finale atroce e una zia Bedelia indimenticabile.

La vera batosta da incubo è però King in persona ricoperto di verde peluria sul suo già bizzarro facciotto da pirla, sfoderato in tutte le sue buffe espressioni nel secondo corto, quello in cui il contatto con un meteorite gli causa crescita incontrollata di erba sul corpo. Inizia buffo e finisce con una nota amara, che se si pensa al titolo del corto, La morte solitaria di Jordy Verrill.

Alta marea è il terzo corto, nel quale un marito tradito cerca vendetta.
Altro mio preferito, è cattivo e inquietante, pieno di risentimento e angosce. Nessuno vive in pace, in Alta marea. Della morte non parliamone nemmeno.

La cassa è molto amato da tutti quanti, io gli ho preferito altri ma riconosco che nello spaventomentro si aggiudichi un punteggio non male. La cassa che dà il titolo al corto contiene una creatura secolare e mortale.
Strisciano su di te è per me irrecensibile, se ci sono insetti - delle blatte non parliamo neanche - io non posso guardare. Do per assodato che sia bellissimo sulla fiducia e lascio a voi il giudizio.

George Romero ha reso, con tono, immagini e atmosfera, giustizia ad un mondo che a me, che sono troppo giovane, è quasi del tutto sconosciuto. Creepshow è un carrozzone, di quelli da cui non vorresti scendere mai.
Ora è giunto il momento in cui tocchi a lui essere omaggiato, con la stima e il rispetto che merita per avere popolato i nostri incubi.

lunedì 17 luglio 2017

XX

13:42
Le emozioni più genuine sono quelle scaturite da piccoli dettagli colti in giro per l'esistenza. È lunedì, il giorno del post dell'orrore, e avevo deciso di guardare quell'XX che stava nella mia lista Netflix da un po'.
Lo accendo, parte il primo corto (che è poi il mio preferito), la famiglia accende la tv, il film che guardano è La notte dei morti viventi. Per cinque secondi mi sono sentita presa in giro. Ma come, karma? Proprio oggi? Proprio oggi che piangiamo George Romero?
Poi ho pensato che invece è proprio così che voglio vederlo ricordato. Omaggiato, citato, mostrato negli horror di oggi che a lui devono così tanto. Diamo spazio ai giovani (e alle giovani), ma continuiamo con i nostri altari dedicati a chi ci ha reso quello che siamo.



XX è un progetto antologico composto da 4 cortometraggi horror girati da altrettante registe donne. Donne sono anche le protagoniste, ritratte sempre in mezzo agli affetti più cari. Ci sono famiglie, amici, figli, vicini di casa. Eppure, alla fine, le protagoniste si trovano sempre sole a gestire le tragedie che accadono loro.

The Box

Nel primo corto, che come vi dicevo è il mio preferito, una madre è in metro con i due figli. Il più piccolo si mette a fare due chiacchiere con l'uomo seduto accanto, che porta una grossa scatola rossa. Il bambino chiede di vederne il contenuto e, una volta accontentato, qualcosa accade. Il bambino smette di mangiare, rifiuta il cibo con calma fermezza. Nessuno sa cosa abbia visto, fino a che il bambino non ne parla con la sorella.
A me queste cose senza risposta, che non hanno bisogno di coccolare lo spettatore, a volte innervosiscono a volte piacciono. In questo caso mi è piaciuto perché, diciamocelo: nessuna risposta avrebbe saziato. King in Danse macabre parla molto bene di quanto sia giusto mostrare per non deludere le aspettative (dato che la nostra mente va sempre al peggio possibile) e secondo me Jovanka Vuckovic ci riesce benissimo.
C'è anche da dire che come io leggo il nome di Jack Ketchum mi chiudo a riccio e parto con paura preventiva, ma tant'è.

The Birthday Party

Altro episodio bellissimo. È il compleanno di Lucy e la sua mamma Mary ha organizzato per lei una festa incredibile. Niente può rovinare la festa della bambina, nemmeno l'improvvisa morte del padre.
Anche stavolta, una donna si trova a dover gestire un grosso problema familiare. Mary ha l'aggravante del dover salvare la facciata. La sua ansia materna è quasi tenera se non fosse folle e sconsiderata. L'episodio, girato da quella che credo essere la morosa di Kristen Stewart, è brillante e grottesco, mi ha colpita molto.

Don't fall

Potevano mancare gli amici in vacanza? No, infatti.
Ecco quindi quattro ragazzi in esplorazione di una zona montuosa, con tanto di panorama mozzafiato e pitture rupestri. Chiaramente non finisce bene, ma nemmeno il corto, visto che a me è sembrato insipido e facilmente dimenticabile.

Her Only Living Son

Ah, questo stupendo. Cora e il figlio diciottenne Andy hanno un rapporto travagliato. Andy la preoccupa molto, e non accetta aiuto.
Il corto della regista di Jennifer's body e del ben migliore The Invitation è dolce e intenso, con un finale straziante.

Riconosco di non essere oggettiva a causa del mio amore per gli antologici, ma insomma, questo è bellino. Se dovete scegliere un modo indiretto per salutare George, eccovelo.

sabato 15 luglio 2017

#CiaoNetflix: Holy Hell

11:38
Per qualche motivo siamo (plurale maiestatico) attratti dalle cose cupe, macabre, malsane. Serial killer, casi irrisolti, sette, luoghi infestati. Il mondo è pieno di gente affascinata da queste cose e io vorrei dire che non lo sono, ma mentirei sapendo di mentire. Perdo le serate a leggere di storie come quella di Cicada 3301, o sulle creepypasta, o sulle leggende metropolitane, come un quindicenne.
Le sette sono quelle che attraggono la parte più 'adulta' di me. Il modo in cui umani normalissimi vengono circuiti completamente da altri umani quasi normalissimi è per me fonte di incredibile curiosità. Netflix lo sa, e quindi mi propone Holy hell.

il trash di questa foto è quasi ammirevole
Buddhafield è stata una setta, attiva indicativamente per una ventina d'anni, guidata da Michel Rostand. A girare il documentario è uno dei membri che ha lasciato la comunità alla luce di terribili rivelazioni sulla guida spirituale a cui tutti si sono affidati così a lungo.

Ora, lo 'spoiler' non credo nemmeno sia tale. Se avete un minimo di conoscenza base sul mondo delle sette sapete che il sesso è uno degli elementi che per primi vengono ridiscussi. La sessualità non è quasi mai serena e convenzionale, ma diventa uno strumento, e Buddhafield non è certo da meno. Il passato di Michel è senz'altro più divertente, ma quando si parla della comunità tutto si fa più inquietante.

Buddhafield ha trovato nei suoi seguaci una folta comunità di persone dalla fortissima fede religiosa. Come spesso accade si è attaccata come una malattia tra chi ha avuto un vissuto complesso (il regista, per esempio, era stato cacciato di casa dai genitori perché omosessuale) e finisce per rovinare definitivamente menti già fragili. La cosa sconvolgente è quanto all'inizio Michel abbia sfruttato in un modo sporchissimo la fede di chi non aveva altro che quella. Ora, io non credo, ma so quanto la religione sia importante per chi ha una fede onesta. Lo so che pare strano credere esistano veri credenti, ma esistono eccome. Prendere un lato così forte della vita di qualcuno e sfruttarlo in modo così sfacciato, proponendo reali incontri con dio per esempio, è stata la manovra più subdola di Michel. Quello che accade dopo è una conseguenza di questo becero sfruttamento e del lavaggio del cervello che ne è seguito.
Le persone come Michel mi intrigano sempre per quello che riescono a fare a chi li circonda. Io non sono capace di convincere il mio moroso ad iniziare Sense8, questo convinceva degli sconosciuti a lasciare le loro vite per entrare nella sua, di esistenza. Ha convinto estranei ad idolatrarlo, a fare di lui la divinità che lui stesso ha sempre creduto di essere. Per me è una capacità incredibile. Ingiustificabile, ma incredibile.

Come spesso accade, il documentario è realizzato montando interviste alle persone scappate dalla setta e filmati reali della vita di Buddhafield, e se da un punto di vista 'tecnico' non mi ha colpito particolarmente, è senz'altro molto intenso. Buddhafield ha cambiato la vita di centinaia di persone, che ne porteranno i segni per sempre. E tutto per mano di una persona sola.

giovedì 13 luglio 2017

Nel guscio, Ian McEwan

17:51
Anni e anni fa ho letto Espiazione.
Pianti e disperazione, seguiti dalla decisione insindacabile che io, di McEwan non avrei mai più letto niente.
Accade poi che lo scrittore decida di prendere l'Amleto, un mio grandissimo amore, e di trasformarlo in un romanzetto breve ed esilarante, in cui a parlare sia un feto.
E niente, è stato di nuovo amore.



L'Amleto in questione, se così possiamo chiamarlo, è un feto senza nome, che vive beato nella pancia della sua mamma Trudy, involontario testimone del piano che Trudy e l'amante-cognato Claude stanno escogitando per uccidere John, il suo papà.
Nel frattempo degusta vini, ascolta podcast e dibattiti tv e si prende gioco di tutti noi.

Mettiamo che abbiate un pomeriggio libero. Che siate un po' stanchi, che il lavoro vi stressi, che il moroso vi tedi con la proposta di andare domenica a vedere l'Inter.
Facciamo così. Prendete Nel guscio, finitelo, poi tornate a ringraziarmi. (Anche se da ringraziare ci sarebbe Ian, ma tant'è). Sarà una lettura breve, quasi brevissima, ma piena. Il feto che parla è più brillante della maggior parte dei nati, ha spirito d'osservazione (paradosso, ok, intendo che è sveglio), e acume, assimila informazioni come una spugna e non manca di sottolineare tutto quello che sa, comprese le sue conoscenze sui vini (troppi) che la madre beve in gravidanza.

Gli adulti in questo libro sono passati sotto la più atroce delle lenti d'ingrandimento, quella dell'occhio giudicante e inflessibile dei bambini. Trudy è il personaggio più in contrasto, amatissima e tremenda madre assassina che il feto non può detestare sebbene lei con il suo comportamento sregolato lo metta anche a rischio, Claude è un pagliaccio, al quale il feto non concede un momento di tregua. Non ne fa una giusta, non è una bella persona e il feto non solo lo sa, ma nemmeno perde l'occasione di rimarcarlo. Il padre, invece, altro discorso. Ah, quanto amore ha questo feto per il suo papà! Sognatore illuso, il padre è un poeta innamorato e con delle fette di salame sugli occhi belle spesse come le tagliamo qui sul mantovano.

L'Amleto, quindi, diventa il racconto esilarante di una storia tragica, che non scade mai nella faciloneria delle risate crasse e scoreggione, ma che conferma come McEwan sia l'autore che tutti vorremmo essere.
Grazie al cielo abbiamo la fortuna di leggerlo.

sabato 8 luglio 2017

#CiaoNetflix: Okja

13:07
Non mi sono mai sentita particolarmente vicina alle tematiche animaliste. Ho due gatti che amo incredibilmente, ho sempre avuto gatti da che ho memoria, e sbatterei ai lavori forzati quelle bestie che usano violenza sugli animali perché non c'è niente che mi faccia più girare i cosiddetti della gratuità del male. Eppure mi tengo volentieri alla larga da quelli che 'I cani sono meglio delle persone' o da quelli che trattano meglio il loro animale rispetto alle persone di cui sono circondati (e il mondo di quella gente qui ne è pieno).
Okja, però, non è un cane, è un maiale. Un maialone dalle dimensioni esorbitanti, più simile ad un Totorone che ad un suino, dalle vaghe fattezze ippopotamesche, e non sono stata in grado di resisterle, anche alla luce delle recensioni entusiaste che sono girate sul web.


Okja è, come vi dicevo, un maiale. La sua razza è stata creata in laboratorio con lo scopo apparente di risolvere i gravi problemi di fame nel mondo. Alcuni esemplari sono stati spediti in giro per il mondo, da piccoli fattori che avevano il compito di crescere i super maiali. Noi conosciamo la storia del maiale spedito in Corea e cresciuto da una bambina, Mija, e da suo nonno. Quando la multinazionale tornerà in Corea per riprendersi Okja, la bambina non sarà disposta a lasciarla andare così facilmente.

Poteva essere uno di quei filmettini della mutua sul rapporto con i nostri amici animali (Paul, Beethoven, Io e Marley...) e causare in me quell'irritazione che il mio snobismo conosce così bene. Avrei potuto interromperlo a metà, presa dalla noia.
Invece mi sento come quando guardo un film dello Studio Ghibli: affascinata, commossa, piena di buoni sentimenti da un lato e incazzata nera con l'umanità dall'altro.
Okja ricorda un po' Nausicaa della valle del vento se vogliamo, nel modo in cui prima ti trascina in un mondo favolesco e poetico per poi prenderti per mano e mostrarti che non è vero niente, che anche gli idealisti possono essere degli stronzi, che una piccola buona azione non può surclassare il male che gli altri fanno, che i buoni non esistono, che sì Jake Gyllenhal fa tanto ridere ma alla fine è il più fetente di tutti.
Con il grottesco fa inorridire, in un modo che con me pochi altri hanno ottenuto.
In mezzo a tutto questo, alla denuncia, allo scoprire lo squallore di un sistema sbagliato in ogni suo aspetto, il barlume di luce che sta negli occhi di Mija. Mija non molla un cazzo. Vuole il suo maiale e se lo va a prendere, e vi voglio proprio vedere a fermarla. È stata tradita più volte, è stata ingannata, è stata arrestata, ma non sia mai che qualcosa la allontani dal suo sogno: tornare alla semplicità della sua vita con il suo maiale e il suo nonno. Combatte con i denti per la più umile delle esistenze, senza pretese nè lamentele, semplice e dolcissima. Non si è mai fermata a piangere in un angolino, come facciamo noi ogni giorno quando vediamo i documentari su come vengono trattati gli animali negli allevamenti intensivi per poi condividere la notizia su fb, scambiarci le reazioni tristi e poi tornare alla nostra grigliata del primo maggio. È una storia di amicizia straordinaria.

Badate bene che mangio pochissima carne ma non sono vegetariana. Ogni tanto, però, mi capita di pensarci, a cosa alimento grazie alla mia alimentazione (sorry not sorry), e di cercare di fare decisioni più ponderate.
Oggi, però, ci penso un po' di più.

giovedì 6 luglio 2017

Lo specchio nero - Gianluca Morozzi

19:45
Il bar in cui lavoro si trova in un paese che si chiama Bozzolo, è in provincia di Mantova. Domani sera, a Bozzolo, ci sarà Gianluca Morozzi a presentare il suo nuovo romanzo, Lo specchio nero.
Il caso vuole che io facessi la corte al signor Morozzi da un po', cioè da quando Francesca Crescentini, la solita Tegamini di cui vi parlo sempre, ha parlato di Radiomorte.
Radiomorte ancora non l'ho letto, ma la mia biblioteca aveva giusto appena comprato questo, quindi ne ho approfittato.


Il romanzo parla di Walter, direttore editoriale di una casa editrice bolognese. Un giorno si risveglia sul luogo di un delitto, chiuso a chiave tra due porte che solo lui stesso può aver chiuso. Walter non ricorda niente, ma sa per certo di essere innocente. Nella settimana successiva all'omicidio cercherà di fare chiarezza sull'accaduto.
Avevo detto che non ero più attratta dai gialli, e lo confermo. Inseguivo Morozzi perché le parole entusiaste di Francesca mi avevano contagiato (debole che non sono altro), ma non era tanto il genere ad interessarmi quanto piuttosto un nuovo autore con cui ricominciare il mio rapporto con la narrativa italiana.
Sono incuriosita?
Senz'altro.
Sono innamorata senza possibilità di redenzione?
No.
Lo specchio nero parte con ottime premesse, che suonano molto citazioniste (stanze chiuse dall'interno? Edgar Allan Poe, sei tu quello che intravedo?), e ritrae alcuni spaccati d'Italia molto interessanti. Ruoli di potere raggiunti con mezzi, diciamo, alternativi, sette religiose e le loro conseguenze, la realtà degradata dei quartieri più disagiati delle grandi città.
Tutto ciò, però, non sembra stare in piedi con un vero intento di approfondimento, quanto piuttosto come se tutto fosse solo volto alla risoluzione del caso. La sensazione è che ogni dettaglio sia messo lì apposta perché noi lo notiamo, così che poi il lettore possa sommare i pezzi del puzzle. Questo, ormai, è un lato dell'esperienza di lettrice che non mi importa più molto, ho avuto la sensazione di giocare ad un libro game e purtroppo non è più quello che cerco.
Oltretutto in questo caso l'assassino non è nemmeno un gorilla, che era una soluzione che con un eufemismo definirei brillante, quindi non ho nemmeno avuto particolare entusiasmo per il finale, che secondo me è il vero punto debole.
Questo non significa che ho chiuso con Morozzi. Radiomorte mi aspetterà, e non ho nessuna intenzione di fermare qui il mio ritorno all'Italia che scrive.
Solo, con qualche giallo in meno.

lunedì 3 luglio 2017

The devil's candy

16:06
Oh, Sean. La blogosfera lo diceva che eri tornato, ma io li ignoravo. Li ignoravo perché sono scema, e oggi sono qui a pentirmi del mio essere scema prostrandomi ai tuoi piedi con questo post.
Ti vogliamo tutti molto bene e siamo molto grati tu esista.




Lo Sean con cui parlo è Sean Byrne, che qualche anno fa mi ha causato una bella notte insonne con il suo The Loved Ones, e che a quanto pare fa solo film (belli) con titoli bellissimi.
In questo, Liz di Roswell è sposata con un pittore, con il quale ha una figlia, Zooey. I tre comprano una casa nuova, ma fin dalla prima sera la loro tranquillità è disturbata da un omone che si presenta alla loro porta, sostenendo di essere il figlio della coppia morta in quella stessa casa tempo prima.

Poco tempo fa, parlando di The town that dreaded sundown, ho detto cosa mi piace di alcuni horror recenti. Dicevo che amo come qualcuno (quelli più intelligenti) prenda elementi classici e canonici per rifinirli, risistemarli, smussarli, per regalarci un'esperienza tradizionale ma allo stesso tempo innovativa.
Ecco, abbiamo un nuovo nome da aggiungere all'elenco.
The devil's candy parte da una premessa che conosciamo come le nostre tasche: famiglia compra casa, in casa c'è stata una tragedia, papà è quello che la 'sente' di più.
Amityville, certo, ma anche quel signorino sconosciuto di Shining.
Ora, non è che adesso mi metto a fare paragoni giganteschi, ma il film di Byrne mi ha commossa tantissimo, e un horror non mi commoveva (?) da tempo.
Andiamo con ordine, però.

La casa nuova. Elemento principale di questo sottogenere, a volte è quasi un personaggio del film. L'Overlook lo era, era protagonista. Qua no, la casa è solo un pretesto. Non è una di quelle incantevoli magioni vittoriane per le quali la sottoscritta perde la testa in tempo record, no no. È una bella casona, ma anonima, senza alcun valore se non quello di essere una gran fonte di gioia che poi si trasforma in disgrazia.
La famiglia. Ogni recensione di questo film che esista nel web parla di quanto incantevole sia questa famiglia. A costo di ripetermi, i tre sono uno spettacolo. Imperfetti, uno schiaffo in faccia agli ideali borghesotti che ci vengono spesso schiaffati in faccia, ma pieni di un amore limpido e genuino, legati da un rapporto quasi amicale. Empatizzare e non soffrire con loro è impossibile.
Elemento demoniaco, perché c'è. Partendo dal presupposto che se anche solo si fa intuire alla lontana che Big S è coinvolto io me la facio addosso preventivamente, il film è furbo e lo usa solo come 'voce nella testa'. Conseguenza? Ancora più paura. Sipario.
Cattivo e violenza sono inversamente proporzionali. Tanto più il personaggio Pruitt Taylor Vince è ripugnante e colmo di disagio, allo stesso tempo Bryne si prende la libertà di non mostrarci niente di sconvolgente dal punto di vista del sangue. Non che non ce ne sia, ma lui non ha bisogno di farci sbarrare gli occhi dallo sgomento.
Ci ha fatto spalancare il cuore, e quello è molto, molto più difficile.

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