lunedì 22 agosto 2016

Di case, motoseghe e libri dei morti

Ero qui, appollaiata nel mio sconforto, senza la voglia di aprire Blogger perché non avevo niente da farci. Contemporaneamente, una serie di fortunati eventi porta me ed R ad avere molto tempo libero da spendere a non fare altro che guardare film, su film, su film.
Risultato: maratona Evil Dead, film e serie.
Risultato #2: post.

Che La casa sia uno dei film pilastro della mi vita ormai lo sapete. Tutto quel sangue mi aveva fatto venir voglia di aprire un blog che avesse quantomeno lo stesso colore. A volte lo vorrei più minimal o professionale, ma poi mi ricordo che quei 3 pirla là, quelli grazie ai quali ci siamo tutti ricordati che fare film può anche divertire un casino, avevano fatto colare del sangue sull'obiettivo della macchina da presa, sento di volerli continuare ad omaggiare così.


Non che in La casa ci sia alcunché di divertente, anzi. Ci sono morti, posseduti, violenza, sangue come se piovesse (e pioverà, nel remake di Alvarez). Però piano coi giudizi: ok che ci sono i demoni e la gente indemoniata, ma mica siamo Friedkin noi. Niente metafore, niente profondità di intenti, niente studi sull'anima e la religiosità e la vita degli adolescenti che entrano nella pubertà. Questi qua hanno solo voluto farci una paura incredibile e ciao, tante grazie. Ed è facile oggi, quando vediamo un film a scelta dalla saga di Saw e vediamo i tendini fatti al pc, dire che un film degli anni 80 non fa nè paura nè impressione, ché tanto siamo abituati meglio. Questi avevano meno di 30 anni, poco più di una quindicina di dollari e hanno creato una casa dalla quale trent'anni dopo ancora non vogliamo uscire, e paghiamo pure, per restarci, investendo in una nuova serie tv, dei vostri occhietti abituati agli effettacci francamente ci importa molto meno di un bel cazzo di niente.
Perché La casa, il primo, paura la fa. E diventa così popolare, così importante e così amato perché la passione trasuda insieme alle gocce di sangue. I tre pirla di cui sopra, dove con tre intendo Raimi Campbell e Tapert, pirla non lo erano per niente. Io me li immagino dei cazzoni incredibili, o forse è il mio cuore che li vorrebbe così, ma non erano stupidi per niente. Mi piace immaginarli seduti nell'altalena sotto il portico, con una cannetta, a cercare di capire come realizzare quella scena che hanno chiaramente in mente pur non avendo un centesimo, pieni di entusiasmo e poco altro, perché è solo quella voglia lì che ti fa alzare le chiappe per fare qualcosa.




La casa funziona, e quindi ci meritiamo un sequel. LORO si sono meritati il sequel, con più soldi e possibilità, ma con gli stessi cervelli cazzoni da soddisfare. Risultato: un film che sembra quasi un remake benestante. Sembra, dico bene. Perché per quanto la trama sia imbarazzantemente simile, qua succede una cosa diversa: si ride. Ma intendo che si ride davvero. I tre non si sono dimenticati certo che sognavano un horror, e quindi si danza di nuovo tra sangue e frattaglie, Qua ci si amputa la mano, non so se mi spiego. L'epicità è a livelli importanti, quando si passa davanti a La casa 2 ci si deve togliere il cappello in segno di rispetto.
Bruce smette di essere il tenero Ashley, fidanzatino devoto e amico leale, per trasformarsi in Ash, quello che è chiaramente il preferito di tutti.
La trasformazione è definitiva in L'armata delle tenebre, l'opera in cui la serietà e la volontà di terrore del primo sono ufficialmente mandate in vacca. Ora, per parlarci chiaro: non mi fa impazzire questo terzo episodio. Quell'aria da cult indimenticabile mi piace anche, ma ho riso meno di quanto avrei voluto. Certo, farmi paura è molto più facile che farmi ridere, e le commedie in generale non mi piacciono. Se voglio una horror comedy vado da Simon Pegg e passa la paura. Mi dispiace, non volevo sminuire il film importante e famoso, è solo che mi è piaciuto meno degli altri.

Questo faceva prevedere brutte cose verso la serie.
E invece, Djesoo, che roba incredibile. Già dal trailer subodoravo lo splendore, ma poi entrarci è stato un viaggio magnifico.
Primo episodio: il ritorno di Ash. Ce lo ricordavamo sbruffoncello, morto di patata e portatore sano di arroganza. Si conferma tale, al cubo. Se questo non fosse sufficiente a far riaffiorare in noi le farfalle nello stomaco, ecco che un nuovo elemento si aggiunge alla lista di cose che rendono Ash l'ideale compagno di birre: una brutale e straordinaria autoironia.
Nella serie Ash indossa la pancera, porta una dentiera, presumibilmente quei capelli sono pure tinti, sfrutta la disabilità per farsi donne banalmente nei locali, non prende sul serio nemmeno la morte. È una goduria per gli occhi. Ma non posso fermarmi qui, perché se il trio lescano non si è dato una regolata non vedo perché dovrei io.
Se il ritorno di Ash non vi fosse sufficiente, se Ash invecchiato - ma ugualmente cazzone - non bastasse a soddisfare la vostra impellente necessità di epicità, ecco che arrivano le novità tecnologiche: il fucile, quel boomstick che ha del mitologico, spunta volante dal pavimento della roulotte premendo un pulsante e la mano di legno viene sostituita da una robotica che sfrutta sempre adeguatamente la sua capacità di alzare il dito medio. La motosega non è stata certo dimenticata, solo che stavolta, almeno una volta per episodio, viene infilata sul moncherino al volo, possibilmente al rallenty.

È la fiera del TROPPO, ma è un troppo di quelli gustosissimi, di quelli con sangue che continua a scorrere a fiumi e la voglia di non smettere mai. Nemmeno quando Ash si rivela più umano del previsto, con i suoi nuovi bizzarri amici (per una volta non è solo!), nemmeno quando, in uno straripare di old feels, torniamo nella Casa, proprio lei (va beh, non lei lei, ma è lei, no?), con la sua altalena che sbatte e i boschi molesti.


Mi sono sempre immaginata seduta in un bar con loro tre, a sentirmi raccontare la stessa vecchia storia di come sia stato Sam a distruggere la caviglia di Bruce investendolo in bici, come una nipote che amorevole ascolta i nonni ripercorrere con nostalgia gli anni della gioventù.
La mia, di gioventù, è stata bella anche grazie a loro.

giovedì 18 agosto 2016

Due chiacchiere sul blogging

Solo qualche giorno fa ho pubblicato il mio post per l'iniziativa Notte Horror, per ovvi motivi quella a cui aderisco più volentieri. Pubblico il post, Riccardo lo legge e come al solito mi dice cosa ne pensa, cosa per cui provo una gratitudine infinita. Dice che come al solito gli piace come scrivo ma che questo sembrava svogliato.
Lo rileggo, ha ragione. Un gran post pieno di niente.

Mi era, molto semplicemente, passata la voglia. Guardavo film (in questi giorni di 'assenza' ne sto guardando paradossalmente più del solito) e non trovavo niente da dire, cercavo post in giro e li trovavo interessanti e completi, tali da rendere perfettamente inutile l'ennesima recensione piena di bravi gli attori, bella la fotografia, riconoscibile lo stile del regista. In particolare, ho visto un dislivello incredibile tra le conoscenze di chi ne film se ne intende davvero e le due  cagate che sto imparando nel tempo.
La goccia che ha fatto esplodere questo traboccante vaso arriva da un amico, a cui piace provocare e tirare fuori reazioni sgradevoli alle persone (nb, se sei qui: puoi continuare in eterno, con me non funzia): 'Continui a scrivere su sta pagina facebook ciao raghi di qui ciao raghi di là e non ti caga nessuno.'
BAM.
Chiudo bottega, e tanti cari saluti.

Non vi devo delle giustificazioni per la mia assenza nè per la scarsissima qualità degli ultimi post, sappiamo bene tutti che le uniche persone a godere veramente di un blog, salvo poche eccezioni, sono gli autori. Ma questo periodo poco gradevole ha fatto sorgere diverse perplessità. Il post su Candyman era oggettivamente una cagata. 7 commenti, che per un blog piccolo come il mio sono un buon risultato. Se lo avessi scritto meglio ne avrebbe avuti di più? Onestamente non credo, eh. Quindi, come funziona? Siamo davvero interessati ai post degli altri o passiamo in giro ogni tanto per ricordare al web la nostra presenza? Ho ricordi molto netti di un periodo in cui un@ collega passava da me a commentare un secondo dopo che io avevo lasciato un commento sul suo blog. Matematico. Per fortuna è una persona che seguo con piacere.

Per un po' ho smesso completamente di commentare altri blog. Pigrizia, ma anche onestà. Se il commento che devo lasciare è 'bello, segno!' oppure 'Bel post!', allora non scrivo niente. Questo non giustifica il fatto che per un bel po' non abbia commentato anche quando avevo qualcosa da dire. Sappiate però, e questo ve lo garantisco, che non ho mai smesso di leggervi. Sui post di alcuni di voi ci ho preso appunti. Ma i commenti per un periodo mi sono venuti innaturali, e mi dispiace. Viviamo di questo, e se qualcuno di voi riesce a farci qualche soldo tanto meglio, io non arrivo a 100000 visual in 4 anni, al massimo ci potrei comprare una scatola di croccantini per i gatti, che la snobberebbero.

Detto ciò, perché non chiudo semplicemente il blog che ultimamente mi era quasi diventato di peso? I motivi sono due.
Per prima cosa, sono reduce da una maratona Evil dead, film e serie. Come era successo 4 anni fa Raimi, Tapert e Campbell mi hanno dato nuovo entusiasmo, nuova voglia di condividere battendo entusiasticamente le manine. Per chi non lo sapesse: questo blog è nato anche perché io amavo follemente La casa e quando lo dicevo ricevevo occhiate di disapprovazione, chè le cose brutte e cattive non fanno per una signorina.
E col web queste persone le ho trovate. Da qui, quindi, arriviamo al secondo motivo. Continuo perché qui in circolazione ci sono persone da cui ho imparato e sto imparando tanto, persone che vengono qui senza guardarmi storto perché una testa affettata con l'affettatrice mi fa ridere di gusto. Persone a cui oggi sono collegata anche tramite quei social che 'rovinano la comunicazione reale', e perché mi fa piacere esserlo. Perché MRR non riguarda più solo me, ma ha intorno una community che di cinema parla con una passione che travolge, e che mi ha fatto tornare l'entusiasmo quando sentivo che non lo avrei più recuperato.
E sì, ovviamente c'è un terzo motivo, il solito Riccardo che mi garantisce sostegno perenne.

Non vi garantisco che in ogni vostro post da oggi in poi troverete un commento della Mari. Vi garantisco che ci sarà ogni volta che avrò qualcosa da dire di più approfondito rispetto al commento di circostanza.
Per quanto riguarda MRR, oggi rinasce con più spontaneità di quanta ne abbia mai avuta. Per mesi ho calcolato quanti giorni fossero passati dall'ultimo post, per scriverne sempre uno a settimana, facendone risultare post scadenti e scritti per dovere. Dovere nei confronti di chi, poi, non è dato saperlo. Mi sono imposta di parlare di un genere piuttosto che di un altro per mantenere una varietà che non importava a nessuno se non a me, e se questo deve farmi passare la voglia di scrivere allora deve finire. Non diventerò mai un blog tecnico, qua si è sempre parlato di pancia e così deve continuare, così voglio che continui.
Si ricomincia, e se davvero (per usare le delicate parole del mio amico) non mi cagherà nessuno l'avrò almeno fatto per me stessa, e il risultato non potrà che essere migliore.

P.S. il post è scritto velocemente e da telefono, abbiate pietà degli errori:)

martedì 16 agosto 2016

Notte Horror 2016: Candyman

La mia presenza sulla blogosfera ultimamente fa pietà, non tanto per la miserabile quantità di post che pubblico (che immagino importare a me soltanto) quanto piuttosto per la latitanza dai vostri, di blog. Anche ora, in piena Notte Horror, notoriamente il mio periodo preferito dell'anno blogosferico.
Perdonatemi, ho perso un po' di motivazione. È da un po' di tempo che una battutina fattami nel momento sbagliato mi bazzica per la testa e mi rende più difficile stare qua davanti a parlare con voi. Ma ritorno, eccome se ritorno.
(Anche perché sto per concludere una maratona Evil Dead - film e serie - che mi ha appena ricordato che le teste tagliate con l'affettatrice sono il motivo per cui sto qua, e ne parleremo.)

Detto ciò, torniamo alla Notte Horror.
Non so mai bene con che film portare il mio contributo alla più lodevole e felice delle iniziative dei cinebloggers, ma quest anno sono andata sul sicuro: leggende metropolitane, omicidi, follia e insetti.
Per quelle due anime ancora prive della paura degli specchi, un brevissimo riassunto della trama: Helen è una studentessa che preparando la tesi di laurea si imbatte nella leggenda di Candyman, una gradevole presenza che si manifesta se lo chiami 5 volte davanti ad uno specchio.Se Candyman esista sul serio o se sia solo frutto dell'immaginazione, lo scopriremo noi insieme ad Helen.


Con queste cose qua (dicerie, misteri, leggende, creepypasta...) io ci vado a nozze. Mi intrattengono un sacco, e stanno in quel provocantissimo angolo di mondo in cui stanno le cose che non esistono, o forse sì. 
A me piace definirmi scettica, in linea di massima a queste storie non credo. Però ammetto di esserlo in un modo creativo, non ci credo ma le spalle me le guardo sempre, e se posso evitare di entrare in questi temi la sera diciamo che dormo meglio.
Helen no, lei è proprio una donna di scienza che non crede a niente e se possibile anche a un po' meno di niente. Non è la leggenduola metropolitana ad interessarla, è il contesto in cui è nata. Luoghi di grande degrado, di difficoltà economiche importanti, di criminalità, di speranze per il futuro perse per sempre. Cerco il Candyman per esplorare altro. E di certo non è l'esplorazione ad intimorirla. Entrare in questa realtà complessa non la spaventa, nonostante i tentativi di dissuaderla della sua amica. Ha scelto di entrare in un mondo brutto e sporco, e ne ha pagato le conseguenze.
Mi sento tuttavia di rassicurarvi: da abitante di una casa della residenza popolare garantisco che le nostre scale non sono così colorate.


Questi film che partono con un protagonista così forte delle proprie convinzioni mi attraggono sempre, adoro vedere il modo in cui si gira intorno alla questione per logorare le menti di chi è così ottuso da non vedere che il mondo è molto più ampio delle nostre idee. Che poi, povera Helen, è sbagliato pure dire che sia stata ottusa. È stata umana, comprensibile in ogni gesto. È stato dure vederla subire una serie di ingiustizie così potenti, il Candyman si è rivelato (a sorpresa, io onestamente mi aspettavo un fantasmino e tanti saluti) un personaggio viscido e crudele, privo di empatia e di sensibilità dentinale.
Se la prima parte è quindi piena di indagini sociali, di realtà urbane da scoprire e occhio critico, nella seconda (la mia preferita), la logica e la razionalità riempiono il trolley e vanno dritte dritte a prendere la strada delle meteore. Qua ci sono il sangue, e le apparizioni, e le camicie di contenimento. Ed è bellissimo.

Forse nel mio cuore non raggiunge la potenza di altri signori suoi simili, e in generale il film, pur essendomi piaciuto d non poco, non mi ha fatto certo gridare al miracolo, ma siamo in estate, bisogna guardare tutti gli horror possibili, è il sistema che ce lo chiede.
Iniziate pure con Candyman, poi passate a quelli di cui hanno parlato gli altri bloggeroni. Io porto le patatine.


martedì 2 agosto 2016

Non solo cinema: Sandman

Io sono una persona invidiosa, scendiamoci a patti.
Non invidio le stragnocche, nè quelli ricchi sfondati, nè quelli che guadagnano per fare poco o niente. Cioè, un po' sì, ma non COSì tanto.
I veri oggetti della mia invidia più tremenda, quella che mi fa tremare le labbra dal risentimento sono i bei cervelli. No, non i sapientoni con una conoscenza sconfinata, quella la possiamo (più o meno) raggiungere tutti. Io invidio i cervelli in fermento, quelli viaggiatori, quelli che, insoddisfatti del mondo reale, se ne creano altri mille dal nulla, tutti nuovi. Ancora di più invidio quelli che il mondo reale lo sfruttano, spolpandolo fino al midollo, ispirandosene per creare universi incredibili.
Uno di questi fortunati signori, portatori di menti straordinarie, è Neil Gaiman.


Incontro Sandman grazie a Riccardo, ovviamente. Me lo consiglia perché sa (e chi meglio di lui) che lo adorerei. Quindi, me lo procuro.
Primo ostacolo: disegni dall'aspetto vecchiotto, tavole a volte confuse e una necessità di attenzione che non pensavo un fumetto richiedesse. Mollo la presa.
Ma ricomincio, tempo dopo. Decido che posso dare un po' di più a qualcosa, se Riccardo mi dice che ne vale la pena. Oltretutto lo dice anche l'unica Youtuber al mondo per cui provo sincera ammirazione (lei), non posso resistere oltre. Perché, ma questo lo scopro dopo, Sandman vuole tutto. O si è disposti a dargli la massima attenzione, come se niente altro al mondo esistesse, o lui si trasforma in un caotico insieme di disegni molto scuri. Dategli la vostra concentrazione, e lui si scioglierà tra le vostre mani, come una miciona che fa le fusa.

Ma sto Sandman chi è?
È Morfeo, il signore del sogno. Uno sciocco romantico che si autocommiserava, ma con una certa dose di fascino personale, come l'ha definito uno dei suoi fratelli (il mio preferito, tra i suoi fratelli).
E com'è?
È bellissimo.
Alto, magro, con abiti scuri, mantelli, sempre blu o neri, i capelli spettinati, l'aria trasognata e misteriosa di un poeta francese, circondato di donne ma sempre scostante, affascinante ma inquietante. Lo amo appassionatamente. Poi, sì, è una lagna, e non esiste per lui definizione migliore di quella che gli riserva suo fratello. Sta spesso solo, a rimuginare sui (parecchi) mali della sua vita, a fissare il vuoto del suo sconfinato regno ripensando alle donne che ha perso. Mi fa impazzire, un eterno emo ma dai poteri sconfinati.


Se il potere dell'opera di Gaiman fosse da ricercarsi solo nel suo protagonista, però, temo che 25 anni dopo non saremmo ancora qui a parlarne con così tanto amore. Il punto di Sandman è che intorno a Sogno sta un universo intero. Uno splendido, poetico (questa parola tornerà spesso, nel post, temo), colorato, bizzarro universo, fatto di epoche storiche diverse, personaggi noti, corvi che parlano, teste di zucca, cieli scurissimi, demoni e angeli (un indimenticabile Lucifero), storie e avventure.
Più importanti del resto, però, ci sono gli altri Eterni. Morfeo ha sei fratelli: Delirio (la mia sorella preferita, torno a parlarvi di lei dopo), Morte, Disperazione, Desiderio, Destino e il fratello perduto, Distruzione. Ognuno di loro è così incredibilmente perfetto nella resa da far commuovere. Funzionano in modo sbalorditivo, con i loro colori, i loro vestiti, le loro parole. Qualunque mente abbia creato queste figure non può essere una mente comune.
Cercare di spiegare alle persone i motivi per cui Sandman dovrebbe davvero entrare nella loro vita è difficilissimo. È come cercare di dar voce ai motivi di un sentimento.
'Perché ti sei innamorata proprio di quello lì?'
'Mah, non lo so, è bello, è buono, è intelligente...'
Potrebbero pure essere tutte motivazioni verissime, ma il sentimento è molto di più, e si fa forza proprio della sua irrazionalità. Non posso spiegarti perché amo, amo e basta.

E se amare vuol dire anche lasciar andare le proprie difese ed arrendersi all'evidenza, Sandman fa lo stesso. Il mio occhio non è abituato a disegni così datati, io arrivo da una storia di letture di fumetti molto più basici nella rappresentazione. Qua, se si accetta di uscire dalla propria comfort zone ci si ritrova con doppie pagine blu scuro, come la spettacolare immagine di una gigantesco Destino che cammina nel cielo, affascinantissimo con il suo libro e il suo cappuccio. Sono certa che se avete letto il fumetto avete ben presente di che pagina sto parlando.
Se si accetta di entrare in qualcosa di molto più complesso del convenzionale fumetto d'intrattenimento, l'esperienza è irripetibile. Bisogna dimenticarsi di come si fa a leggere per 'perdere tempo', perché qua l'arricchimento che se ne ricava è straordinario. Se questo impegno può spaventare, e lo capisco, ne vale assolutamente la pena.
Quello che vi deve spaventare più di tutto, però, sono i vostri sentimenti. Arriverete alla fine dei volumi con un coinvolgimento emotivo importante, e la fine sarà devastante. Io ne sono reduce giusto da qualche minuto, e non sto bene. Da un lato vorrei non averlo mai letto, per poterlo ricominciare ora con il cuore intatto e il cervello neutro, dall'altro avendone coscienza non vorrei mai più sottopormi ad uno sballottolamento emotivo così forte.
Quando si possiede una mente così vasta e vagabonda, come quella di Gaiman, non si riescono più a comprendere i confini tra i generi. Hai un'idea, la sviluppi, e finisci per travalicare qualsiasi etichetta. Sandman è fumetto, pittura, romanzo, racconto, scultura, cinema, poesia, arte. È un modo nuovo di vedere il mondo, le cose, le storie. Ed è un modo che influenza tutto il resto, coinvolge il modo di approcciarsi a ciò che ci circonda, stimola il cervello a creare, invita a lasciare libera la mente, ché il mondo del Sogno è libero e vagabondo.


Devo chiudere il file del fumetto, sul pc, e non mi va.
Chiuderlo vuol dire rientrare nel mondo reale, e niente sarà più all'altezza.

mercoledì 27 luglio 2016

Non solo cinema: L'incubo di Hill House

Mi ero imposta di non parlare più volte dello stesso autore almeno per la prima ventina di post letterari. Mi rimangio tutto.

L'incubo di Hill House (che se siete amici di Stefanone King conoscerete come La casa degli invasati) è probabilmente il romanzo più famoso di quel meraviglioso donnino di Shirley Jackson.
Vi anticipo già che non è stato il mio preferito, il mio cuore va ancora a quello strabiliante Abbiamo sempre vissuto nel castello che mi ha agghiacciata per settimane.


In questo caso siamo a Hill House, cosa che non avrete affatto immaginato, e siamo con un bizzarro gruppo di 4 personaggi: il professor Montague, responsabile di aver convocato gli altri nella casa per i motivi più svariati, affinché insieme potessero scoprire qualcosa di più sui fenomeni paranormali per cui la casa è nota, Eleanor, la protagonista, Theodora, una maledetta e detestabile principessa sul pisello, piena solo di viscida ipocrisia, e Luke, il legittimo erede dell'abitazione.

Come suo solito la Jackson non scalpita dalla voglia di farti saltellare nel letto dalla paura. Ci arriva, ad inquietare e a farlo seriamente, ma lo vuole fare a modo suo e con i suoi tempi, tanto è vero che il romanzo stavolta è arrivato a piacermi in ritardo.
Ha un incipit bellissimo, di quelli che oggi fa solo Fred Vargas (perdonatemi, sono una fangirl della Vargas), ma la prima parte mi aveva conquistato ben poco. Quando però i personaggi sistemano le loro chiappe bizzarre in Hill House, ecco che cambia qualcosa. La magica scrittura di chi ha tanto talento riesce di colpo a ritirare su la mia opinione.
Iniziano i fenomeni paranormali, iniziano le manifestazioni, inizia l'incubo.
Prima, però, ci sono miriadi di parole tra i personaggi. Dialoghi che a me a prima vista erano sembrati bizzarri e che poi invece mi sono parsi perfettamente sensati (ambiente nuovo e lugubre, persone sconosciute a cui si vorrebbe tanto piacere..non solo ha perfettamente senso, è tutto facilmente comprensibile, soprattutto se come me assomigliate un po' alla stramba Eleanor) aiutano a delineare personalità e rapporti.
Quando poi il fantasma (se di questo si può parlare)(poi basta parentesi, giuro) si manifesta sono un po' dei dolorini, perché la signorina Jackson è tanto raffinata e non necessita di immagini di fortissimo impatto immediato per colpire, sta zitta e buona per metà del romanzo, poi subdola e silenziosa come solo lei sa essere ti sbatte in faccia il primo avvenimento importante e ti spiazza per sempre. Perché sono le sberle date di soppiatto a far più male.

Qui, dove con qui si intende sì L'incubo di Hill House ma anche tutta la sua produzione, il sangue e i buh dei fantasmi non servono. Con molta grazia siamo condotti nei baratri della mente umana, nei luoghi in cui siamo più vulnerabili, in quei punti in cui la pazzia si raggiunge con lo schiocco di due dita. E poi, da lì, siamo portati direttamente al dolorosissimo finale, che già da solo varrebbe la lettura.
In due notti (specie se come me avete l'insonnia tra gli amici di facebook) entrerete e uscirete da Hill House.
Ammesso che ne usciate vivi.

mercoledì 20 luglio 2016

Non solo horror: Diaz

Lo so che sto trascurando il genere del cuore di questo posticino.
Solo che ieri si parlava con Erica di quanto successo di recente al nostro adorato Zerocalcare: pagina oscurata quando ha dichiarato che avrebbe partecipato ad un evento a Genova per ricordare la figura di Carlo Giuliani. Oggi è tutto risolto, il più gigione dei fumettisti italiani è tornato sui social network e io sono contenta.
Ricordo di non avere mai visto Diaz, però, e quindi eccoci qua, nel giorno dell'anniversario della morte di Giuliani.

Penso che un riassunto della trama sia superfluo, in questo caso, ma se dovesse bazzicare di qua qualcuno di ancora più giovane di me, ecco in pochissime parole cosa è successo nel 2001 a Genova. La maggior parte di voi saprà già di cosa sto parlando, ci vediamo più giù quando parliamo un po' insieme del film.

[Momento spiegone in cui mi sento figa e intelligentissima
Il G8 è un incontro tra 8 nazioni, messa giù velocemente, che avviene tramite l'incontro dei loro rappresentanti, chiaramente, non è una chat di gruppo su whatsapp con tutti i cittadini, pensa le notifiche. Questo incontro, nel 2001, si è tenuto a Genova. Ad oggi è il summit più famoso di questo tipo, perché le giornate furono caratterizzate da scontri violentissimi tra le forze di polizia (intervenute e preparate proprio per fronteggiare episodi di questo tipo, che pareva fossero attesi) e diversi gruppi di manifestanti no global, quelli che ci piace chiamare black bloc. Famosissimi, in particolare, alcuni episodi, tra cui la morte del manifestante Carlo Giuliani per mano di un poliziotto, le torture nel carcere di Bolzaneto e, soprattutto, la violentissima perquisizione alla scuola Diaz, luogo in cui alcuni manifestanti andavano a dormire. In fondo al post troverete alcuni link interessanti se vi dovesse andare di approfondire la questione. Farlo è giusto, per avere un'opinione informata, per comprendere eventi importanti del nostro Paese e perché 15 anni dopo un fumettista si vede oscurato un mezzo di comunicazione (e si sente rivolgere anche insulti di una certa portata) per avere espresso la propria opinione sulla faccenda. Quindi no, Genova non è finita.]

Altra premessa dovuta perché secondo me la mia opinione sulle cose influenzerà il mio modo di vedere il film e quindi di parlarne: sì, sono di sinistra. Di una sinistra un po' più in là dell'attuale PD. Non so se definirsi comunisti nel 2016 abbia davvero senso, quindi no, non sono comunista. E sì, lo dico con orgoglio, anche se a volte mi arrabbio anche io con chi mi rappresenta. Ma no, non rientro tra quelli che affermano con forza la loro ostilità verso le divise, non mi sentirete mai dire acab o stronzate simili, non santifico Giuliani nè i movimenti a cui apparteneva e soprattutto sì, sono una piccola buonista a cui la violenza fa schifo. TUTTA. Perpetrata da CHIUNQUE. Abbandoniamo i cliché sulle zecche rosse e anche quelle su qualunque altro essere umano. Anche se, per l'ultima volta sì, in fondo troverete un link da Internazionale. Un pochino nel ruolo ci devo stare.

Partiamo dalla locandina?
Nera, scritta grande rossa, sagoma che fa sempre la sua bella scena. E sopra? La frase, ormai celeberrima, di Amnesty, che accusa l'Italia di avere compiuto la più grande sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale. 
Pesantissimo, umiliante, una frase che mi è rimasta impressa da quando ho visto il trailer, anni fa. Sembra prendere posizione già da qui, Vicari.
Di certo è molto d'impatto.


Dopo i primi minuti di film mi sono un po' innervosita, vedendo i manifestanti, i loro capelli, i loro vestiti. Superficialità, la mia? O forse quella di Vicari? I giovani dei centri sociali son proprio tutti uguali: rasta, cannetta, zainettino, pantaloni di lino che fanno tanto anni 70, dilatatori, espadrillas, maglie di emergency . . .che noia che noia che noia.
E mentre io me ne stavo lì, a pensare ai noiosissimi vestiti dei giovini comunistelli, il primo manganello. Poi, per un numero di minuti che non saprei quantificare, ma che a me è sembrato infinito, non sono state altro che botte. da. orbi.
Botte, su botte, su botte. Dolore su dolore, denti caduti, teste spaccate, calci, pugni, senza guardare in faccia nessuno, come se non fossero più nemmeno persone.
Non so se siete mai stati al Museo del Comunismo di Praga. In una saletta proiettano un documentario sull'epoca comunista della città (ma va? al museo del comunismo?), e si sono viste immagini di botte assurde. Manifestanti macellati dai colpi.
E qui è uscita tutta la mia debolezza. Io posso vedere la gente spellata viva (non che Martyrs mi abbia lasciata indifferente, ma ci siamo capiti), posso vedere grossolane interiora uscire da improbabili orifizi, posso vedere anche qualcosina di più. Mi fa schifo, mi fa venir voglia di distogliere lo sguardo, ma finisce lì. Le botte, la gente picchiata, mi fanno venire gli incubi. Forse lo sento più reale. Diaz non ci risparmia niente, le manganellate si vedono tutte, la crudeltà (ma forse è peggio, forse è inumanità) con cui ogni colpo veniva inflitto si sentiva, fortissima, come le urla di chi stava soffrendo. Non credo che, volendo colpire così forte, il regista potesse fare altro: se vuoi colpire altrettanto forte la coscienza di chi guarda, quei pugni lì me li devi mostrare. Ma quanto male fa.

Credo, però, che accanto al gigantesco pregio di essere incredibilmente reale (il film si basa su documenti ufficiali, mica si sono inventati niente), il film abbia qualche diffettuccio, se posso permettermi di dirlo dal basso della mia (ancora troppo) scarsa conoscenza del caso: del Genoa Social Forum si parla molto poco. Si vedono sti ragazzi manifestare a Genova, ma per cosa? Perché ce l'hanno con la polizia? Sì, si nomina la morte di Giuliani, e il ripetuto 'Assassini! Assassini!' chiarisce piuttosto bene, ma non credo sia sufficiente. Immagino che i tempi cinematografici limitino parecchio le possibilità, ma nemmeno del punto di vista delle forze dell'ordine si parla per bene. Non li difenderò MAI, ma leggere la tesi di laurea che vi linkerò più in basso aiuta a fare chiarezza anche su questo, sulla pressione che era stata messa loro, su quanto fossero stati appositamente caricati come molle, pronti ad esplodere. E sicuramente esplosi lo sono.
È devastante vedere un poliziotto al telefono, parlare presumibilmente con la moglie e la figlia, rivolgersi loro con tono dolce e rassicurante, e un secondo dopo vederlo nascondersi una molotov nella giacca per incastrare dei ragazzi.

Vicari ha fatto un lavoro incredibile, devastante ed importante. Da prendere con le pinze, perché fa male al cuore, all'orgoglio per questa nazione a cui così tanto voglio bene ma che ogni tanto colpisce così duro. Fa rabbia, fa sentire impotenti, ma è fondamentale. È come studiare le brutture della storia, a scuola. Bisogna impararle, per non ripeterle.

È stata macelleria, allora?
Lo è stata eccome, e questo in teoria non dovrebbe nemmeno essere messo in discussione (l'in teoria era in grassetto, ma del caso giudiziario non posso nè voglio parlare, non dopo i recenti avvenimenti). Esseri umani sono stati brutalmente picchiati, torturati, umiliati, con una crudeltà e una volontà di colpire che fanno tremare le mani. E questo, a prescindere dalle opinioni, dalla stima che si ha per quei giovani che erano lì, non può e non deve essere dimenticato. Chi doveva tutelarci si è fatto carnefice, indossando quella divisa che dà modo di diventare lo Stato, e questo non può essere perdonato.
E qua, ormai, la politica non dovrebbe c'entrare più niente. In un mondo fatato e con gli arcobaleni una violenza così non dovrebbe avere colore. Rossa o nera, fa paura.
Io la verità in tasca non ce l'ho, non so cosa è successo davvero perché nel luglio del 2001 non avevo ancora compiuto gli 11 anni e presumibilmente quel giorno ero in oratorio con gli amichetti. Magari quelli erano black bloc davvero, magari erano pericolosi, o magari no. Magari erano prima di tutto persone. So che voglio scoprirne sempre di più, voglio che le mie opinioni siano basate sulla verità, e vorrei vivere in un mondo idilliaco in cui chi sbaglia paga sempre.
E quindi no, quel sangue lì non va pulito, deve restare bello impresso, deve colpire fortissimo e restare impresso nella memoria, deve essere un monito per il futuro.
Per quanto mi riguarda, Vicari ci è riuscito benissimo.


Qualche link (spero) utile per chiunque volesse approfondire la questione G8 e in particolare i fatti della scuola Diaz:
Quiqui e qui i lavori di Zerocalcare su Genova. Sono datati, lontani dal suo stile attuale che, onestamente, prediligo. Però da lavori come questi traspare il suo fortissimo legame con la faccenda, per cui sono imperdibili.
Qui uno dei bellissimi articoli de Il Post (in questo caso su Carlo Giuliani), da tempo la mia principale fonte di informazione. Come al solito è infarcito di fonti e imparziale. Se nella barra di ricerca del sito però cercate G8 Genova, vi si apre un mondo. Vogliate tutti un po' più bene al Post.
Qui trovate da scaricare la tesi di laurea di Irene Facheris (vi ho già parlato di lei e del suo progetto Bossy, la trovate su Youtube come Cimdrp, vi consiglio di provare ad ascoltarla, se vi va). Ha una laurea in psicologia, la sua tesi si propone di dare un approccio oggettivo, cercando di riportare testimonianze di entrambi i lati della storia. All'interno anche un'intervista al fin troppo nominato Zerocalcare.
Qui un articolo di Internazionale. Se conoscete un minimo la fonte sapete che non vi troverete di fronte ad uno scritto pacato e razionale.
Qui il bellissimo post dell'inimitabile Dottor Manhattan sul film.


venerdì 15 luglio 2016

Maripensiero: The Hunger Games saga

Ci sono ragazzi pieni di cervello e passione che a 16 anni guardano Fellini e citano Tarkovskij, altri che vivono di storielle d'amore maldestre e poi c'ero io, che cercavo un modo di barcamenarmi tra le due fazioni.
Sì, gli young adult li guardavo e li leggevo.
Con l'aumentare dell'età è cresciuta anche quella puzza sotto il naso che mi ha tenuta alla larga dagli Hunger Games per anni.
E poi fu Netflix, e il suo essere costante tentazione.
Quindi eccomi qui, dopo una maratona di due giorni, a raccontarvi che cosa ne penso oggi, dopo esperienza diretta, dei 4 film (i libri mancano, non credo che quelli li recupererò, però) che ci hanno lanciato in mezzo ai piedi la Lawrence.


OVVIE RIVELAZIONI ROVINAFILMS
Ebbene, siamo in un futuro distopico, ché senza quello gli young adult non li possono buttar fuori.
In questo futuro distopico in particolare ci troviamo nello stato di Panem. La particolarità della nazione è quella di essere divisa in 12 distretti, i quali verseranno ogni anno al governo un tributo sotto forma di due giovani che saranno chiusi all'interno di un'arena, in un gioco al massacro (gli hunger games, appunto) dal quale solo uno dei 24 partecipanti uscirà vivo.
La nostra storia inizia quando ad essere selezionata a partecipare ai giochi è la nostra protagonista, Katniss Everdeen.
Chissà perché in ste storie i personaggi non possono avere nomi comuni.

Il motivo del successo, in particolare tra i giovanissimi, è palese anche agli occhi di chi, come me, di solito ha una capacità di analisi da quinta elementare.
Katniss è un personaggio perfetto, studiato a tavolino per essere amato: intanto, è bella. E tanto dovrebbe bastare, perché all'adolescente media vedere una bella protagonista è sufficiente per tifare per lei. Ma non è solo quello. È coraggiosa, un po' sbruffoncella (il suo modo di rispondere alle figure autoritarie è per me, piccola cagasotto, ancora inspiegabile), brava con l'arco (no, non brava, bravissima, la più brava di tutti), però anche tanto tanto sensibile. Colpo di grazia, ha non uno, ma DUE, pretendenti invidiabili. Uno è Liam Hemsworth, e non serve altro. L'altro poverino non è proprio stupendo ma è quello buono sensibile e pieno di buoni sentimenti.
E io le vedo, le 15enni stramazzare al suolo, implorando dio di rinascere Katniss Everdeen. C'hanno ragione, c'hanno. Oltretutto la Lawrence è brava davvero.

A funzionare, secondo me, è anche la sensazione di rivolta. Parlo per opinione personale, perché ho un ricordo netto di me adolescente che ritenevo che il migliore degli Harry Potter fosse L'ordine della fenice, per la sensazione di pentola di fagioli in subbuglio, per l'aria di rivolta, per il mondo finalmente in rivoluzione. Poi no, crescendo no, l'Harry Potter migliore è Il prigioniero di Azkaban, questo è cristallino.
So che devio discorso, scusate, lo faccio anche irl.
Comunque, credo che questo senso di ribellione faccia molta presa, ecco, volevo dire solo questo.

Il primo film funziona, poche storie. Gli attori sono bravi, quasi tutti, è coinvolgente, dura molto ma non si sente perché riesce ad essere leggero pur trattando anche temi pesantini.
Dove sta il problema?
Che arriva il secondo.


La ragazza di fuoco è una specie di autocopia, un remake non ufficiale, non me lo spiego.
Parliamoci chiaro: Katniss ha vinto gli Hunger Games l'anno prima, ma siccome è una SFIGATA, l'anno dopo è l'anniversario, è la volta di festeggiare la memoria, TORNA NELL'ARENA.
Davvero fate?
Volendo quello sarebbe anche il meno, eh, sia chiaro, perché il suo essere di nuovo in gioco ha i suoi risvolti, e tutto quanto. Potrei perdonarlo, se non fosse che all'interno dell'arena succedono le STESSE cose della volta prima.
Esempi affinchè non sembri che io dica cose a caso:

  • Il personaggio dolce ed affidabile, che Katniss sceglie come alleato e che, chiaramente, fa una fine infelice: prima era Rue, piccola e bellissima, poi Mags, un'adorabile anziana muta. Poteva funzionare la prima volta, per farci vedere quanto meravigliosa fosse la Katniss, ma quando per la seconda volta l'ho vista fare uno dei suoi rari sorrisini alla nonna le mie braccia si sono staccate dal corpo.
  • Le ferite per mano di animali: di là le simil vespe, di qua le scimmie. Stesse dinamiche, lei fuori gioco per un po', lei in pericolo, poi tutto ok. Basta, dai.
  • Katniss che con il suo arco fa qualcosa di completamente inaspettato. Questo è un fil rouge delle 4 storie, ma in particolare nel primo film colpisce la mela e nel secondo la cupola che riveste l'arena, un. po'. noioso.
  • Peeta che rischia di morire e invece no. (Nel primo per la gamba e nel secondo quando colpisce la cupola)


Mi fermo qui, ma insomma, avete capito direi.
Bellissima e crudele la trovata dell'orologio, forse la sola cosa che mi fa salvare questo secondo, infelice, capitolo.

Mockingjay, diviso in due parti perché ADESSO SI DEVE FARE SEMPRE COSì, si rivela completamente diverso dai precedenti. I giochi sono conclusi, una volta per tutte. Bene, direte. E invece no, i giochi li portiamo fuori dall'arena e ne facciamo una guerra. Reale.
Il popolo è in rivolta, a nessuno le condizioni del presidente Snow sembrano stare bene, la figura ispiratrice di Katniss diventa simbolo di sentimenti repressi troppo a lungo: è rivoluzione.
I colori sgargianti e i look bizzarri di Capitol City vengono sostituiti dalle grigie e malconce divise dei rivoluzionari, tutti uguali perché uniti da un solo desiderio.
Oh, mi sono fatta prendere, che vi devo dire.
Perché alla fine è questo, no, che conta? A meno che vogliamo intavolare una profonda conversazione sulla tecnica e sull'importanza storica nel mondo del cinema, e di solito su questo blog non vogliamo, è il coinvolgimento che conta. Io ho lasciato che la storia mi appassionasse, in particolare nei momenti migliori. L'atmosfera si respira, avvolge, in particolare fare una maratona e godersela di fila è una bella esperienza. Si entra nell'aria della rivoluzione lentamente, e quando ci si è dentro si combatte con loro.
E si, il finale è ridicolo, ma niente che non si possa tollerare.



Somiglia o no, allora, a Battle Royale?
Sì, chiaro. Sta a voi decidere se vi importa.