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giovedì 6 aprile 2017

Neil Gaiman

13:33
Con cos'altro avrei potuto ricominciare?

DISCLAIMER: POST INFINITO

Un giorno ero in auto con Riccardo. Sfoglia alcune foto sul cellulare, ne passa una, simile a questa, se non proprio lei:

(è ancora la mia immagine preferita di Morfeo)
Mi colpisce molto, chiedo chi sia. Mi viene raccontato di Morfeo, del fumetto di cui è protagonista, mi viene consigliato, sempre per quel principio che vuole che Riccardo sappia esattamente cosa mi piacerebbe. Me lo procuro, quindi. Finisce così. Oggi leggo molti più fumetti di un tempo, ma niente, niente, si avvicina a Sandman.
Capisco durante la lettura di avere incontrato uno di quei cervelli che mi parla. Ognuno di noi incontra in certi artisti quelli che parlano direttamente al nostro cuore, che sembrano avere un linguaggio fatto su misura per le nostre necessità. Chissà perché, forse per affinità di sensibilità, per temi comuni, per passioni condivise. Per me queste persone sono due: Neil Gaiman, chiaramente, e Guillermo Del Toro, come vi dicevo qui.
Inizia quindi un percorso monotematico, che si prende un ramo del mio tempo e mi porta a non voler far altro che scoprire ogni cosa possibile sul signore in questione.
Se decidete di entrare in questo singolare mondo, e portarvici è quello che spero di fare con questo post, preparatevi a vedere il vostro, di mondo, cambiare. Lo vedrete riempirsi di tenerezza, e colore, e magia. E di arte, in tutte le sue forme.
Non voglio, quindi, solo parlarvi di come io vedo e amo Gaiman, ma voglio accompagnarvi attraverso una carrellata di cose che ha detto o scritto, per cercare di farvelo amare anche solo la metà di quanto lo ami io. Fare una selezione è stato difficilissimo, perchè NG è l'uomo più prolifico del mondo. King scrive tanto, ma ho l'impressione che Gaiman lo batta. Non solo libri per adulti e ragazzi, fumetti, raccolte di racconti, saggi e sceneggiature. No, lui scrive anche per i libri degli altri: compri un libro fotografico? Introduzione di Neil Gaiman. Libro su Guillermo Del Toro? Brano di Neil Gaiman. Libri sulla scrittura creativa? Indovinate saggio breve di chi.
Pensate di potergli sfuggire, ma non è così.
È Ovunque.

Capite? Non lo fermerete mai. (dal suo Tumblr)

Intanto, le presentazioni.
Neil Gaiman è lui:


Ora, io ho scelto una foto che gli rende particolare giustizia, ma sappiate che ha anche i capelli del creativo folle e incontrollato, scappato dritto dritto da Montmatre. Me lo immagino sempre così, circondato di fogli volanti pieni di annotazioni e con le penne infilate dietro le orecchie, che poi è il modo in cui immagino tutti gli artisti.

La caratteristica principale di NG è quella di conoscere molto bene le regole. Le studia, le approfondisce, le fa proprie. Poi le prende, le appallottola e le lancia lontano. Le ribalta, creandone di nuove, imponendosi di non avere confini, di non farsi vincolare in concetti che non servono a niente se non a ribadire se stessi. Non esistono etichette, generi, target prefissati.
Un esempio?
Neverwhere si apre con un prologo, come un impressionante numero di libri. Ma dove sta scritto che deve essere solo così? NG di prologhi ne fa due.


Per qualche motivo la cosa mi ha fatto ridere fino alle lacrime.
Sempre Neverwhere è fonte di un'altra riflessione. C'è una scena, che adoro, in cui il protagonista deve essere accompagnato ad una destinazione. Si arriva quindi alla metropolitana, convenzionalmente mezzo che ti conduce alla destinazione. Per NG no. La metro è la destinazione. E se sembra una cosa di poco conto, per me è invece la capacità di vedere al di là delle cose, di saltare l'ostacolo delle cose che abbiamo sempre saputo per crearne di nuove.
Cosa sono le stelle? Corpi celesti? E chi dice che non siano ragazze scontrosette invece, come in quel candore di libro che è Stardust? Voi direte: beh? è solo uno scrittore di fantasy! Che c'è di speciale?
C'è che non è vero, che non possiamo vincolare una creatività così ad un genere. Lui riscrive il mondo, gli dà una luce nuova. Apre la mente come solo gli Artisti sanno fare.

Non è un caso che i due grandi amori artistici della mia vita siano proprio Guillermo Del Toro e Neil Gaiman, perché i due hanno una gran cosa in comune. Insieme a loro mi viene da pensare anche a Miyazaki, per esempio. Parlo della capacità che hanno in quanto creatori di fantastico di rendere migliore il mondo reale. La magia del creare qualcosa che non esiste sta nell'essere in grado di renderla non solo un'evasione dal quotidiano ma anche un'ispirazione, una motivazione, un esempio, che non serva solo a gestire la vita reale ma anche, e soprattutto, a renderla migliore. Questa è una cosa che ha detto la signora JK Rowling, che di fantastico un paio di cosine le sa. L'intervistatrice, o chi per essa, parla delle lettere di Hogwarts, e dice che tutti ci siamo illusi di riceverla. Forse era uno scambio su Twitter. Veniva sottolineato proprio il fatto che tutti l'avessimo effettivamente ricevuta, ma solo nella fantasia. Rowling ha dato una risposta splendida:
«Certo che è stato solo nella fantasia, ma questo non significa che non sia vero.»
Se nel caso di Harry Potter il fenomeno è di ben altra scala, con NG questo fenomeno si verifica in ogni romanzo. Io sono stata a vivere in un cimitero con quel personaggio indimenticabile di Nobody Owens, sono stata oltre Wall e nella Londra sotterranea. Sono stata nel mondo dei sogni e all'inferno. La salita e la discesa tra i mondi in cui questo uomo bambino mi ha condotto sono state talmente dolci da non avermi mai fatto sbattere le chiappe per terra. Il suo modo di prenderti per mano è accompagnato da parole di una tenerezza che non ho incontrato in altri. A volte lo leggo e sorrido, e basta. Perché è in grado, con le stesse parole con cui noi comunichiamo per comprare un etto di prosciutto, di emanare vapori di candore infiniti, come se la sua anima non conoscesse le brutture del mondo.

Per farvi un esempio di quello che intendo, quello che segue è l'inizio di Stardust. Sorridete?
Anche io.

C'era una volta un giovane che desiderava ardentemente soddisfare le proprie brame. E fin qui, per quel che riguarda l'inizio del racconto, non v'è nulla di nuovo (poiché ogni storia, passata o futura, che narri di un giovane potrebbe cominciare alla stessa maniera). Ma strano era il giovane e strani i fatti che lo videro protagonista, tanto che egli stesso non seppe mai come andarono veramente le cose.

Leggendo questo articolo del Guardian, trasposizione di un discorso di Nostro Signore, si capisce quello che lui con i suoi libri cerca di raccontarci: un infinito e spassionato amore verso la letteratura, verso quello che le storie ci regalano quando sono raccontate come meritano.

È facile con persone del calibro di Gaiman confondere il creatore con la persona. Tale stupefacente genuinità non può stare in un'anima sporca. Un esempio anche di questo? Ce l'ho:

risposta diventata virale non a caso
E se non vi bastasse, vi dirò anche questo: la grandezza di un uomo si vede anche dal modo in cui parla degli altri. Neil Gaiman è una fangirl. Lo nasconde bene, vuole fare il duro, ma quando parla di quelli che ama lo fa con un tale affetto e con una stima talmente forte da trasparire da ogni parola. Non vi linkerò ogni video presente sul tubo in cui Neil parla bene di qualcuno, vi lascio il suo ricordo di Terry Pratchett, con cui ha scritto quella delizia di Buona Apocalisse a tutti! 



Ma come? Un post intero sul suo autore e neanche un accenno ad American Gods, uno dei romanzi migliori scritti negli ultimi decenni?
No. Il primo maggio esce la serie e io sono in ritiro spirituale.
L'avete visto il trailer? Parliamone, abbracciamoci, rileggiamolo, amiamoci. Facciamo un gruppo di lettura? Uno di sostegno?
Piangiamo.

Per concludere, vi lascio a Lui. Le sue parole, in un quarto d'ora, annulleranno ogni mia virgola scritta qui, o forse ne daranno solo conferma, in quel modo speciale e nasale che ha Lui di dire le cose.



sabato 21 gennaio 2017

Una dichiarazione d'amore a Martin Freeman

18:17
Sherlock è finito, le serie tv non hanno più un senso e nemmeno io mi sento benissimo.
Dovete concedermi un ultimo post sull'argomento, poi giuro che chiuderò il mio dolore nel silenzio.
Che Benedict Cumberbatch sia un talento vero non c'è certo bisogno che ve lo dica io. Sapete anche, dal post che ho scritto sul suo Hamlet, che non c'è uomo al mondo che trovi più bello ed elegante di lui.
Ma c'è bisogno assolutamente che sia fatta luce su Martin Freeman, perchè io non posso credere che la cosa più grossa che gli sia stata data fuori dalle serie tv sia LO HOBBIT. Non posso e non voglio crederci.

Lascerò qui, quindi, una raccolta delle facce di John Watson, cosicchè sia più chiaro a tutti di cosa è capace il suo interprete. No, non di fare faccette, chè qua mica parliamo di Johnny Depp. Di recitare. Ogni piega, ogni centimetro del suo volto sembra investito nel lavoro, e la sua cpacità di perdersi dentro quello che sta dicendo è assoluta. Ve ne lascio qualche prova.













QUESTA





Martin, bello di zia. Sono felicissima di avere fatto la tua conoscenza. Ti auguro la carriera straordinaria che meriti, il successo tardivo di un Bryan Cranston e anche di tornare con Amanda Abbington perchè la bimbamichia da tumblr che, come si evince da questo post, è ancora viva e vegeta in me vi adora con tutto il cuore e vi trova pazzechi insieme.

Adesso per un po' basta Sherlock, lo giuro.

lunedì 16 gennaio 2017

#CiaoNetflix: Sherlock s4e3 - The final problem

21:15
Oggi niente post sull'orrore. Oggi è il giorno in cui Sherlock finisce, e non esiste che si parli di altro.
Chiedo scusa per la monotonia recente del blog, ma capirete che ho aspettato 3 benedecti anni per questi episodi. Questo, un altro post sull'argomento che esce sabato e poi, davvero, è finita.
Qui sul blog, almeno, chè nella mia testa c'è materiale per i prossimi sei mesi.
E poi inizieranno revisioni, maratone, ricerche su tumblr, lacrime...


OVVIAMENTE DICO TUTTO E CREDETEMI CHE NON VOLETE SPOILER.

Ci siamo lasciati con uno sparo e una rivelazione gigantesca: la terapista di John era in realtà Eurus, sorella degli Holmes completamente rimossa dai ricordi di Sherlock a causa di un grande, gigantesco trauma. Eurus era imprigionata nel carcere di massima sicurezza di Sherrinford (che evidentemente non era il terzo fratello come tutti sospettavamo), ma l'abbiamo vista fuori, nel secondo episodio.

L'inizio mi aveva spaventato: non mi stava piacendo per niente. La sceneggiata a casa di Mycroft per farlo confessare e fargli sputare la realtà sulla sorella mi aveva un po' messo su il grugno insoddisfatto, ma John mi ha rimessa cheta cheta in un angolino, sfoderando la battutona fan service che ho amato perchè SONO UNA FANGIRL OK?

There's a place for people like you, the desperate, the terrified, the ones with nowhere else to run.  221B Baker Street.
E io lì a fare la ola sul divano, estasiata. Il fatto che si vivesse la questione della sorella ricomparsa con grande leggerezza mi aveva confusa, ma non rispondo dei miei sentimenti.
Mycroft, quindi, diventa cliente. Sottopone la sua storia alla coppia e la trasforma in un caso. Non è la prima volta che membri della famiglia vengono declassati a clienti, ogni volta che ripenso a His last vow e rivedo John indicare la sedia a Mary mi sento lo stomaco sussultare.
Ora, non so bene che opinione avere sul fatto che Sherlock abbia completamente rimosso la sorella, non so quanto sia scientificamente possibile e non so se mi interessa, perchè voglio mantenere inalterata la mia sospensione dell'incredulità, e perchè chi si ricorda dei casi canonici sa che la logica rigidissima non è sempre stata la regola.
Facciamo l'indiretta conoscenza di Eurus bambina attraverso i ricordi che iniziano a farsi spazio e a tornare (bellissima la bambina e adorabile che Mycroft sia cicciotto come il Mycroft grasso del mind palace di Sherlock) e la sorella si palesa subito come estremamente brillante, la migliore dei tre, ma pericolosa. Proprio mentre si chiarisce che Eurus non può essere scappata, ecco che un drone con una granata entra nel 221B.
Quello che c'è ora è uno degli scambi più belli dell'episodio: i tre uomini sono immobili, in cerchio, e parlano con i volti immobili. Il dialogo tra i fratelli è splendido, e l'interferenza di Watson è leggera e adeguata. Il 'good luck boys' di Sherlock è carinissimo e stringe il cuore. Cumberbatch è quasi un ventriloquo, perdio. È in questa scena che, finalmente, si inizia la rivalutazione di Mycroft. Amiamo Sherlock e Watson dall'inizio perchè sì, la serie è la loro. Mary arriva e si fa amare dalla prima comparsa. Mrs Hudson ha un cambio tardivo ma ormai inesorabile (scena dell'aspirapolvere, che ve lo dico a fare), mancava giusto Mycroft. Bravissimo Gatiss (a quanto pare più a recitare che a scrivere) e meravigliose tutte le sue scene in questo ultimo episodio. Umano, passibile di errore, molto più sentimentale di quanto ci sia mai stato detto.
Questo mette una pietra sopra al cinismo: abbiamo salvato Sherlock, ammesso che ci fosse qualcosa da salvare, ora è toccato a Mycroft. Noi sentimentali abbiamo il controllo del mondo e dalla nostra parte ci sono le menti più geniali del pianeta. Non c'è niente che possiate fare per fermarci.

Proseguiamo con l'episodio, e altri due mostri sacri fanno la loro comparsa: Eurus e Moriarty.
Di Moriarty voglio uno spin off. PAZZESCO. Entrata in scena, occhialetti, movenze, voce. È un figo incredibile e ha lasciato un segno enorme nell'episodio. E sì, c'entra anche il mio problema con i Queen.
Eurus, finalmente.
Imo, stupenda pure lei. Inquietante al punto giusto, disperatamente commovente poi, un ingresso in scena fulmineo. Redbeard ci ha accompagnato fin dalla prima stagione e ora che è diventato un qualcosa di reale è stato una palata in testa, anche se le teorie del web avevano ipotizzato qualcosa. Diventiamo tutti peggio dei complottisti pentastellati quando si parla di sto telefilm.
Dolcissima la carezzina sul capo finale, che sembra tanto messa lì a strappare lacrime apposta, ma che con me ha funzionato al 100% e che fa subodorare che i rumors avessero ragione: niente s5.
Onestamente se finisse così andrebbe bene.
Non ho trovato questo episodio al pari di altri, perchè questa serie ha toccato picchi esplosivi, di pura elegantissima perfezione. Alcune cose non mi sono affatto piaciute (la reazione dei genitori Holmes alla scoperta che la figlia era viva? tremenda e recitata con i piedi), altre mi sono entrate dentro e resteranno nel mio cervello a macerare a lungo, come è sempre stato.
Ora Sherlock è finito, forse per sempre. Ogni volta che finisce un prodotto di finzione così potente è un colpo al cuore, la nostalgia è reale io credo che sentirò la mancanza di questi due molto a lungo. È una serie invasiva e invadente, entra nel cervello e nei sentimenti e ci resta per settimane, monopolizzando i pensieri. Ma è un monopolio straordinario.

Vi lascio qui la sigla, per tornare a sentirla quando avrete voglia di un sorrisino con stretta allo stomaco.



Se non avete mai visto Sherlock fatevi questo immenso regalo.
Buona fortuna per i vostri sentimenti.
I miei sono già perduti.

sabato 7 gennaio 2017

#CiaoNetflix: Sherlock, S4E1, The six Thatchers

13:44
Prima di Lost, prima di Friends (questa è pesante, ma bisogna guardare la realtà), prima di Sense8, nel mio cuore c'è sempre stata lei, Sherlock. La mia serie tv preferita. 
L'ho detto.
E no, smettetela, non è (solo) per Cumberbatch.
Da ANNI soffrivo come un cane nell'attesa di questa stracavolo di quarta stagione che lo stracavolo di Moffat, portatore di delizie e sofferenze, mi faceva aspettare. E ora è qui, ed è l'ultima. Soffro atrocemente al pensiero che tra due settimane sarà tutto finito, e per sempre. Ma ora è il momento della gioia, Sherlock is back!


In questo primo episodio vediamo Holmes avere a che fare con il ritorno presunto di Moriarty, nemesi storica. Quando quindi un caso apparentemente semplice si rivela più articolato del previsto, il pensiero andrà subito a Moriarty.

Se mi lasci in sospeso per un tempo così lungo innanzitutto meriti di essere sfanculato in tempo record. Mi trattengo per un momento, dandoti il tempo di dimostrarmi che questa attesa ne è valsa la pena. 
MA NON È COSì PORCA MISERIA LADRACCIA MALEDETTA
Cosa è successo, BBC? Ti sei stancata? Non volevi più fare Sherlock ma il finale della scorsa stagione ti ha vincolato? SONO AFFARI TUOI io quelle transizioni lì che mi pareva di guardare un fotoromanzo di GrandHotel non le voglio vedere maimaimai più. Giurami che nel prossimo episodio la smettiamo con questo trash e ci riprendiamo la sobria eleganza che ti ha contraddistinto fino ad ora. Siamo d'accordo? Non posso stare qua a guardarti mandare in vacca la serie tv più bella che sia mai stata realizzata senza fare niente. Ti faccio due scatole sui social che mi faccio denunciare per stalking. La testa di Cumberbatch che si fonde con il mare deve scomparire dal web e dobbiamo tutti scordarci che è esistita.
Le immagini non le ho riconosciute come familiari, mi sono sembrate davvero scadenti e non sono cose che posso accettare da un prodotto di questo tipo. Mi fa malissimo il cuore.
Chiariamo, l'episodio non mi è dispiaciuto. Ma a me le immagini interessano tantissimo, sono per me fondamentali, e non riesco a credere che la BBC non potesse fare meglio. Persino la scena di Lestrade fuori dalla porta di Sherlock con la ragazza di cui non ricordo il nome: concordiamo che c'è qualcosa nell'inquadratura di quella scena che non ha niente a che vedere con lo stile a cui siamo stati abituati?
Per il resto abbiamo: un'inconsueta lentezza, uno script un po' sottotono e casi poco pungenti.

Leggendo alcune critiche in giro, però, e mi riferisco in particolare a quella di Wired, mi sono trovata in forte disaccordo sulle argomentazioni. 
Partiamo da una: l'articolo rimprovera l'assenza di Moriarty, e lo fa anche ripetutamente. Ma davvero, dopo la super conclusione della stagione 3, ci aspettavamo che la questione Moriarty venisse bruciata nel primo episodio? Davvero? Non era più probabile che invece Moriarty in questa stagione tirasse fuori la sua vera natura, ovvero non quella di nemesi reale di Sherlock, quanto piuttosto di sua ossessione? Moriarty non è importante in quanto pericoloso criminale, ma in quanto mette in dubbio le sue capacità, in quanto diventa il suo chiodo fisso. Tutto l'episodio è PIENO di Moriarty, non come presenza fisica (cosa che credo non avverrà nemmeno nei prossimi episodi) ma in quanto pensiero ossessionante, che è la sola cosa che conta del personaggio. La sola esistenza di Moriarty mette Sherlock in crisi costante, che lui sia presente o meno. Il solo ipotizzare un suo ritorno è elemento di caos e confusione. Che ci si potesse aspettare altro mi incuriosisce. 
Altre cose che io ho trovato positive: l'ennesima conferma di Martin Freeman come attore più sottovalutato della sua generazione. Qualcosa nello sguardo di Freeman colpisce drittissimo nei sentimenti, è intenso da morire e MAI, MAI che risulti esagerato o mascherina. È credibile, in ogni istante, anche quando guarda il suo riflesso nel vetro di un bus e torna con i piedi per terra. Senza fare spoiler mi riesce difficile argomentare ancora di più, quindi continuiamo sotto l'alert.

DA QUI SPOILER CHE POI SE LEGGETE SONO AFFARI VOSTRI

Lo stesso articolo di Wired, che sto usando per sviluppare la mia, di argomentazione, parla - male - della morte di Mary. La definisce fan service. Ma il canone è stato letto? Mary è stata uccisa da Conan Doyle, mica da Moffat. E il personaggio era stato inserito nella vicenda talmente bene e in modo talmente unico (non è la moglie che porta via l'uomo al suo amico, ma è parte integrante della vicenda e delle indagini e, soprattutto, è amatissima da Sherlock stesso) che nessuno si sarebbe auspicato la sua dipartita per riuscire ad ottenere di nuovo la bromance tra i due uomini. Avremmo potuto risparmiarcelo, nella serie? Sì, certo, ma perchè? Perchè non inserire un elemento di disturbo, perchè non sfruttare la cosa che ci avrebbe finalmente e definitivamente eretto Sherlock a quello che è: un umano?
Ora, non guardando Doctor Who mi sento di poter parlare solo in parte, ma a me pare che a Moffat e compagnia piaccia assai prendere personaggi che non hanno niente di umano per poi esplorare la loro umanità. Se Sherlock ha scoperto l'affettività con la presenza di John prima e Mary poi, il dottore ha sempre bisogno di una companion. In che modo questo è un male? Non sono stati snaturati i personaggi, sono solo evoluti, e alla quarta stagione un po' di evoluzione non solo non fa male, ma è naturale.

Tirando le somme del primo episodio: inizio poco brillante, dopo una simile attesa chiedevo tanto, tanto di più. I tre volti protagonisti si sono confermati attori straordinari, e, come mi era successo anche con quella cosa tremenda che è stata Gilmore girls vA year in the life, il solo respirare l'atmosfera dei luoghi e dei volti familiari è stato bellissimo.

Il prossimo, comunque, è scritto d Moffat.
Steven, sorprendimi.

giovedì 8 dicembre 2016

Non solo cinema: Stardust

13:27
In questo post qui post palesavo per la prima volta su questi schermi il mio amore folle e sconsiderato nei confronti dei capelli peggio gestiti della letteratura contemporanea: quelli appartenenti a Neil Gaiman.
Abbiamo parlato di Sandman, il fumetto che più di ogni altro si avvicina alla definizione di opera d'arte. Oggi parliamo di Stardust, quel globo di tenerezza da cui è stato tratto un film di cui noi non parliamo.


Di solito non riporto mai citazioni, perché mi piace che la lettura sia un'esperienza priva di influenze, ma vi riporto l'inizio di Stardust perchè secondo me è bello da morire e anche fortemente indicativo di cosa ci aspetta nelle pagine successive:

C'era una volta un giovane che desiderava ardentemente soddisfare le proprie brame. E fin qui, per quel che riguarda l'inizio del racconto, non v'è nulla di nuovo (poichè ogni storia, passata o futura, che narri di un giovane potrebbe cominciare alla stessa maniera). Ma strano era il giovane e strani i fatti che lo videro protagonista, tanto che egli stesso non seppe mai come andarono veramente le cose.

Vi stupisce? Che parli di ragazzi che però sono strambi e che racconti storie che però sono strambe? Non è esattamente quello che cerchiamo quando apriamo un libro di Neil Gaiman?
Ma soprattutto, Neil Gaiman è diventata anche nel vostro linguaggio una parola sola? Nilgheiman?

Lo strano giovane si chiama Tristran, è figlio di un umano e di una creatura fatata, e cerca una stella. Questo perché la fetentona di cui ha avuto la sventura di innamorarsi l'ha sfidato: 'Portami la stella che è appena caduta, e io ti sposo.'
Non si scherza con i figli delle fate.

Lo sentite? Ascoltate bene? Il profumo di tenerezza. L'aleggiare della magia?
Nilgheiman sa esattamente cosa scrivere (e come scriverlo), per mandare in bamba il mio cuore.
La scena da cui la ricerca della stella ha inizio ha inizio più o meno così: lo sfigatello garzone di bottega che prega la ragazza più bella del villaggio di poterla accompagnare a casa. Elemosina un bacio, gli viene negato. Osa addirittura proposte matrimoniali, negate anch'esse. Si lancia in una serie di sdolcinate promesse, di quelle fatte da un cuore che ha perso la lucidità ('Ti porto le proboscidi degli elefanti!'), ma nemmeno quelle scalfiscono il cuore di pietra della giovane. In quel momento, però, una stella ha l'ardire di cadere. E lei, che si crede furbissima: 'Portami quella stella e sarò tua moglie!'

L'avete sentita, la dolcezza? Non pretendo certo che un riassuntino da piccolo blog provinciale renda l'atmosfera reale di Stardust, ma spero di avervi reso l'idea di come mi sia trovata durante la lettura. Riassumerei la situazione con: avevo il sorriso da ebete.
Nilgheiman ha il cuore genuino e purissimo di un infante e la capacità spettacolare di lasciarlo scorrere tra le parole con una naturalezza tale da lasciar immaginare il momento in cui simile tenerezza sia uscita dalle sue mani. Lo immagino veloce, quasi compulsivo, isolato dal cattivo mondo reale che non può influire quando si scrive la Bellezza.
Non voglio farvi credere che Stardust sia un capolavoro della letteratura, ma è una favola. Sia nel senso letterale che in quello metaforico. Sono più o meno sicura che non funzioni esattamente così la stesura di un romanzo, ma non ho alcuna intenzione di scalfire la mia immagine di Lui al lavoro.

In mezzo alla semplicità dei buoni sentimenti favolistici che Nostro Signore Neil mette per iscritto ci sono mille avventure, bizzarri (ma và?) compagni di viaggio, locande in cui si rischia di morire avvelentati ma soprattutto UNICORNI.
E con questo ho detto tutto quello che serve per convincervi, immagino.
Ci sono gli unicorni.


Stardust va acquistato. Se vi accontentate di una versione solo testo, il link è qua, in digitale sono meno di 5 € e saranno quelli meglio spesi della vostra vita:  http://amzn.to/2gsAznE
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domenica 9 ottobre 2016

Maripensiero: Guillermo Del Toro

14:04


Il Cinema è una di quelle cose, come l'arte in genere o i profumi, per esempio, che segnano le fasi della vita, sia di chi se ne dichiara grande appassionato sia di chi lo vive come un semplice svago. Non è un caso se da adulti ci ricordiamo ancora le canzoni dei film che guardavamo da piccoli.
(Garantisco che se li ricorda anche chi di cinema se ne frega, avrei qualche amico da citare ma confido che chi di dovere si riconosca!)

Una nuova, diversa, fase della mia vita è iniziata quando ho visto il mio primo film di Del Toro, quell'omone dal viso incredibilmente simpatico che oggi compie 52 anni. Una fase molto recente, eh, questo non è un amore che dura da una vita. È iniziata così: io e Riccardo abbiamo il nostro personalissimo cineforum, che ha sede sulla sua auto ogni volta che torniamo dal cinema. Un giorno mi dice che secondo lui mi piacerebbe tantissimo Il labirinto del fauno. Lo conosco solo di fama, mai visto. Riccardo, però, ha totale accesso alla mia mente, se vede una cosa sa immediatamente quale sarebbe la mia reazione a riguardo. Se mi dice di vedere il Fauno, quindi, io lo guardo. E la mia vita cambia.
(Credo di non averti mai detto che è tutto merito tuo. Grazie.)

A lui non è piaciuto granché, dice. Io lo so il perché. Non è vero che non gli è piaciuto, è solo troppo ferito. Io ci ho messo giorni a riprendermi, e ancora adesso vedere Ofelia mi lascia un macigno sul cuore. Esiste una recensione, qui sul blog, che ai tempi era piaciuta e che io ora mi vergogno a rileggere perché la odio. La strapperei, ma nessun post è mai stato cancellato dall'universo redroomiano e non inizierò certo ora. 
A film finito ho pensato che allora una dimensione adatta a me ESISTEVA. Solo che non l'avevo ancora trovata. Un mondo in cui la magia esiste, ma senza le bacchette magiche, in cui i colori non erano solo lì perché ci erano capitati, ma perché qualcuno ci stava giocando, in cui la mente e la fantasia sono IMPORTANTI, e non capricci di un bambino. 
Ho pianto fino a sentire i dolori alla pancia, la prima volta che ho visto un film di Del Toro, e se ad una persona sana questo può far dire 'Ok io di questo non vedo più niente' a me ha fatto dire 'Non voglio altro che questo'.

Palesato il mio entusiasmo a Riccardo, mi sento dire che è il turno di Hellboy.
Uououo, calma, che a me i supereroi stanno tendenzialmente sulle balle. 
'Ma no, fidati, guarda che è una cosa diversa.'
E nella mia vita entra anche un coso rosso molto grande con il sigaro e i gattini. 
Dopo di lui ci sono stati altri bambini, con i loro fantasmi reali o metaforici, vampiri, uomini pesce, generali, robottoni giganti, amanti sofferenti.
È troppo facile dire che i film di Del Toro sono belli. Lo sono, fine del post e ciaone con la manina. Lo sapete che non sono una tecnica, se volete che vi dica quanto e perché sia un bravo regista non è qui che dovete rivolgervi. Ricordo un post di Lucia in cui parlava di quanto fossero ben girate le scene d'azione di Pacific Rim, cercate lì, che io non ci capisco un cazzo.

Quello che a me ha lasciato interdetta è il filtro straordinario attraverso cui le persone come Del Toro interpretano il mondo. Lo stesso mondo che vedo io. Le stesse foglie degli alberi, le stesse risate dei bambini, le stesse notizie al tg. Vive come me, mangia come me (forse un po' di più, ma niente body shaming), suppongo espleti anche le mie stesse funzioni corporee. Eppure sembra che sia stato dotato di qualcosa che ai comuni mortali non è stato consegnato. Una mente incredibile grazie alla quale quella che io vedo come una bambina per lui diventa una principessa strappata al suo regno. È strabiliante. 
La Mari di qualche tempo fa avrebbe provato invidia per questo superpotere: quello di rendere magico il mondo. Oggi, sebbene non neghi che avere il cervello di questo signore non mi dispiacerebbe per niente, sono grata che ce l'abbia lui. Grata di essere nata in un'epoca in cui posso andare al cinema a vedere che cosa la sua mente stavolta ha fabbricato. Grata di poter accendere il pc, e di permettere ad un universo nuovo di entrarmi dentro e di rendermi un po' migliore, ogni volta.
Un po' più sensibile, un po' più aperta alle storie di chi mi circonda, un po' più umana, perché è proprio il fantastico, quando è così, che ti fa amare ancora di più la realtà.
Le persone come Del Toro (insieme a lui mi viene in mente il solito Neil Gaiman, per esempio) mi fanno credere che allora il problema non è il mondo, il problema sono io. Il mondo non è grigio, o triste, o monotono, o banale. Sono io che quando guardo un albero vedo solo un tronco con delle foglie, loro mi stanno insegnando ad aprire bene gli occhi, quelli che stanno dentro al cervello, perché dentro l'albero ci sta Doug Jones, e non è mica colpa sua se io non l'ho visto. 
Perché i segni del passaggio della principessa sulla terra sono visibili solo agli occhi di chi sa guardare, e dio solo sa quanto sono grata a Guillermo Del Toro per avermi insegnato a farlo.



martedì 31 maggio 2016

Non solo cinema : Kobane Calling

16:45
Per tutta la vita ho pensato che io e i fumetti fossimo due rette parallele destinate ad ignorarsi con sufficienza. Se poi i fumetti in questione riguardano supereroi di qualsiasi forma e colore, allora CIAO, lontani da me.
La verità è che di fumetti ne leggo un po', ma devono essere come dico io. È stata la lettura di Kobane Calling a farmi intuire il collegamento tra le mie letture disegnate. Io leggo solo fumetti con un cuore grande. I Peanuts, Mafalda, Calvin and Hobbes, Sandman, Dylan Dog, quel lavorone di Locke and Key, mi sto avvicinando ad Alan Moore. . . 
Voglio cose dolcemente malinconiche, voglio case fumose, bambini brillanti e sfigatelli, voglio che mi tremino le mani dalla passione che trasuda da quello che sto leggendo, voglio menti geniali, voglio emozionarmi, e piangere poi ridere poi piangere ancora poi sorridere tra le lacrime.


Kobane Calling è la quintessenza di quello che ho sempre cercato. Ho sempre saputo che sarebbe stato così, dal momento in cui ho letto su Internazionale il primo estratto di quello che è, per me, il punto più alto toccato finora dall'incredibile Michele Rech, noto al web come Zerocalcare. 
Innamorata fino al midollo di lui da quando ho scoperto il suo blog, ho avuto la certezza che il mio amore fosse ben riposto dopo averlo sentito fare due chiacchiere allo scorso Festivaletteratura di Mantova. 
Quando lo senti parlare ha l'aria stralunata. io me lo sono immaginata in un'altra epoca come uno di quegli artisti folli con i capelli ingestibili e migliaia di fogli sparsi per il tavolo, uno di quelli costantemente insoddisfatti, che appallottolano la carta e sbuffano. Stava lì, a rispondere alle domande di un gruppo di ragazzi, con l'aria di chi non aveva la più pallida idea del perché fosse lì e soprattutto del perché ci fossero così tante persone ad ascoltarlo parlare. Niente di quello che fa o dice è a scopo di notorietà. (Non potrebbenemmeno permettersi di essere così chiaramente politicamente schierato se così fosse)
Questa scarsa considerazione di se stesso, questo suo sentirsi inadeguato, è onnipresente nei suoi lavori, è la spinta principale della sua (auto)ironia, è quello che me lo fa guardare con ancora più apprezzamento. Quanto avrei voluto abbracciarlo, ogni volta che in KC parla di se stesso come di un idiota, dello scemo del villaggio! Quanto vorrei che sapesse che nel mio mondo ideale le persone hanno tutte la sua passione e il suo cuore.


Sentir parlare Zerocalcare è un'esperienza: un secondo prima è lì impacciato e con l'accento romano che francamente è il più buffo d'Italia e un attimo dopo il suo tono cambia, quello che sembrava un ragazzetto goffo si trasforma in un uomo pieno di opinioni nette, di capacità di analisi della società e delle persone che fa invidia, di esperienze, di storie da raccontare.


Questa, in particolare, è la storia di due viaggi. Il primo, nel 2014, nei pressi di Kobane, la quasi mitologica città nota per essere il cuore della resistenza al tanto chiacchierato ISIS, la città che ha resistito, la città che si è liberata. Lì Michele ha collaborato ad azioni umanitarie, portando cibo e medicinali. L'anno dopo, invece, decide di tornare nella zona dell'utopica regione del Rojava, ma in un viaggio diverso. Stavolta incontra (e ci racconta) i volti di chi per questa guerra si sta preparando, degli uomini e delle donne che sono scappati dal regime turco, racconta la motivazione di chi da quella guerra è apparentemente lontano (sì, parlo di lui stesso e di tutte le persone che condividono con lui questo viaggio e questo sogno) ma che ci si sente vicino, con il cuore e con la mente, e che quindi decide di andare vicino con il corpo, per comprendere un po' di più.


E sarebbe facile parlare di guerra e morti e orrore e sangue usando quei pipponi retorici che tanto ci piacciono, che commuovono le gienti e che ci fanno sentire così distanti, così fortunati nella sicurezza dei nostri paeselli. Ma Zerocalcare è più intelligente di così, lui ti racconta di come le guerrigliere del PKK quando sono insieme si divertano, scherzino insieme, di quanto materna sia la donna che le addestra, e tu le senti vicine, le senti tue amiche, poi ti racconta che la più piccola di loro si trova lì per scappare da un matrimonio combinato con un uomo che la violentava e tu torni piccola piccola, umile, abbassi la testa, quasi colpevole per la fortuna sfacciata che hai avuto a nascere da questo lato del Mediterraneo.
E lui, per tutto il tempo, si è sentito così: in soggezione, lo scemo del villaggio, appunto. Perché hai davanti uomini e donne che sembrano tanto assomigliare a te e che invece hanno un fardello sulle spalle incredibile, e che nonostante questo sorridono.
Con la sua dolcissima ironia Zerocalcare mi ha conquistato per l'ennesima volta, scoccando splendide frecciatine al sistema dei media italiani, al modo in cui il mondo curdo ci è presentato, al modo in cui lo stesso ISIS ci è presentato, al modo in cui parliamo parliamo parliamo e poi non sappiamo un bel cdn (cit).
Qua non siamo più dalle parti del (comunque bellissimo) Armadillo, nè nelle tavole del blog, nè dei polpi alla gola. Qua siamo più su, nella consacrazione di un talento vero, nato solo dal cuore grande di uno a cui piace fare i disegnetti. 


Vorrei che gli insegnanti leggessero Zerocalcare nelle scuole, che i tg lo invitassero a parlare (ma tanto mica ci andrebbe), che il suo messaggio passasse forte e chiaro a chiunque lo incroci per caso.
Lui mica propone soluzioni, non le ha. Ma invita a conoscere. Io manco sapevo cosa fosse, il PKK. E manco YPG o YPJ. Sono quelle persone che, mentre noi creiamo hashtag per commemorare i morti di Parigi e Bruxelles per mano dell'ISIS, questo benedetto Daesh lo stanno combattendo per davvero. 
Oggi, grazie a Calcare, io so che queste persone esistono, che viviamo la nostra serena vita perché qualcuno sta rischiando quotidianamente la sua. 
Per poi essere classificato nell'elenco delle associazioni terroristiche dall'ONU.
Ma questa, per ora, è un'altra storia.

Comprate i libri di Zerocalcare, supportate i giovani pieni di talento e cuore e cervello e disegnetti buffi dai richiami 80s. 
Lui ci fa i soldi, ma voi guadagnerete molto di più.

lunedì 2 novembre 2015

Crimson Peak

14:46
POTREI ESSERMI LASCIATA SCAPPARE QUALCHE SPOILER.


COSA VOLEVO
'Oddio un film nuovo di Del Toro! Oddioddioddio.'
'Uh, i fantaaaaaaaaaaaaasmi!'
'TOM HIDDLESTON! Stringimi la mano, Guillè, che ti voglio ancora più bene.'
'Oddioddioddioddioddioddio'
'Epoca vittoriaaaaaaaaaaaanaaaaaaaaaaaaaaaa'
'Ah, ma c'è anche la Chastain, sei proprio un omone intelligente, che bella testa che hai'
'<3<3<3'
'Ma tu vuoi proprio che io muoia, dimmelo che lo vuoi, io non reggo a tanto splendore, io sverrò in sala, il mio cuore non può sopportare questa attesa,ma chi me lo dà il coraggio, ma con che forza posso vivere fino all'uscita'

Questi, in ordine cronologico più o meno corretto, sono i pensieri che hanno attraversato la mia mente dal momento in cui Crimson Peak è stato annunciato, più o meno sei ere geologiche fa. Almeno questo mi sono sembrate.
Tanto ero concentrata sul nuovo film di Del Toro che la settimana scorsa ho sbagliato a comprare il latte per il bar dove lavoro.

Ogni minimo aspetto di quanto ci era strato mostrato del film sembrava cucito addosso alle mie preferenze: attori, location, storia, regista, epoca, ogni cosa mi faceva battere il cuore dall'impazienza. Mai nella vita mi era capitato di incontrare una pellicola che mettesse insieme così tante delle cose che amo, per cui le mie non erano nemmeno aspettative, erano proprio certezze.

Nell'ordine, mi aspettavo: un gran bel film, raccontato con tono incantevole, con quel modo di raccontare ogni storia come se fosse una favola, con quello sguardo sui personaggi che te li rende indimenticabili. Dei colori incredibili e immagini mozzafiato perché Del Toro mi ha abituata molto bene, non posso scendere a compromessi che mi portino ad accettare una qualità visiva minore di quella a cui lui stesso mi ha fatta affezionare. Fantasmi, tanti, rumorosi e se possibile vecchio stile, un po' poltergeist: scricchiolii, rumori sibilanti, porte che si aprono da sole, volevo sentire i peletti della nuca alzarsi in modo talmente lento da farti impazzire, roba da picchiettarsi il coppino fino a farlo sobbollire. Romanticismo vittoriano, un po' janeaustiano, di quelli in cui il sentimento nasce da lontano, delicatamente, molto molto più dolcemente che non tramite Whatsapp.


COSA HO AVUTO

Tutto tutto tutto quello che volevo.
Per davvero.
È quasi surreale, una sensazione straniante per chi non ci è abituato. Ho visto tanti film che ho amato, ma per la prima volta ho provato cosa significa quando ogni tuo desiderio viene soddisfatto. Del Toro ha compreso esattamente cosa amo, perché probabilmente è quello che ama anche lui, non so spiegarmi altrimenti questo mix perfetto di mie grandi passioni. Ci sono certe inquadrature che parevano finte, dei quadri, dei dipinti impressionisti. Questa villa incredibile immersa nel nulla, circondata solo di chiara e finissima nebbiolina, con l'argilla cremisi che pian piano emerge, fino a ricoprire completamente il terreno intorno alla casa, mi hanno rubato il cuore. All'interno, poi, mi ha fregato con i colori. Mi aspettavo toni molto caldi, a fare quel contrasto con il bianco che tanto mi rende felice, tonnellate di rosso, un bel marrone intenso. Ci sono, non preoccupatevi. Ma mi ha fregato, il mio amorone, mettendoci degli elegantissimi quanto inaspettati tocchi di quello che è da sempre il mio colore preferito: l'ottanio. Intere gigantesche pareti di un blu petrolio incantevole, per non parlare di quella coperta che ancora sogno la notte.
Lo sapevo che le immagini sarebbero state uno dei punti di forza, ci avrei scommesso le dita dei piedi, perché io nella testa ho i modi per pressare il caffè o la quantità di gelato da mettere in un cono da 2,30, lui ha vallate di fiori, tavolozze di colori, struggenti primi piani di donne sofferenti. E cosa ti aspetti da una mente così? Nient'altro che bellezza, nella sua concezione più poetica.
D'altro canto, nemmeno la storia mi ha deluso. Non che lo temessi, ma insomma, va specificato. Parliamo di Edith, giovane aspirante scrittrice di Buffalo, che anziché sposarsi con il bravo medico di famiglia che le sbava copiosamente dietro da tempo immemore si piglia una sbandata senza precedenti per sir Thomas Sharpe, con il quale finisce per sposarsi dopo la prematura e violenta dipartita del padre di lei. Dopo le nozze i due si trasferiranno nella proprietà del baronetto, villa fatiscente emblema del fallimento della loro famiglia. Non vivranno soli, a dividere con loro l'incantevole Allerdale Hall sarà Lucille, sorella di Thomas.
Lucille e Thomas sono la bomba pronta ad esplodere, la tensione tra i due è talmente papabile che avevo quasi paura di spezzarla solo respirando. E sono due mostri, un Hiddleston bello da far soggezione e una Chastain con quel viso lì che non so cosa possa avere fatto sta stronza per meritarselo. Chiudete gli occhi, immaginateveli vestiti con splendidi abiti vittoriani. Immaginateli scambiarsi sguardi di un'intensità rara, immaginate gli occhi di lui guardare la Wasicosa e realizzare che ne è innamorato, figuratevi nella mente due paia di occhi che trasudano erotismo e sensualità. Due bellezze raffinatissime, e tanto basterebbe ad elevarli al rango di divinità.
Poi recitano.
E allora capisci che la sopracitata definizione mica è sufficiente.
Un crescendo emozionantissimo che culmina con un braccio teso, e un dito rosso e morto dritto ad indicare la stanza in cui si consuma la vergogna.
Chiamiamola vergogna, perché ai nostri occhi è tale.
Ai loro è amore.
Folle, malato, irrazionale, di quelli che ti marciscono dentro, di quelli che ti uccidono. O che ti fanno uccidere. Di quelli a cui non sopravvivi.
Solo in mani dorate come quelle del messicano potevano prendere un sentimento così, e trasformarlo in un film che è quasi poesia. Che è talmente completo, raffinato e commovente che ti ribadisce due volte che 'i fantasmi esistono' e tu non dubiti nemmeno per un istante che sia così.


lunedì 17 agosto 2015

Non solo horror: Veronica Mars il film

21:11
WARNING #1!
Il seguente post nase dalla mente di una quindicenne. Si prega pertanto di proseguire nella lettura non rompendo i cabbasisi con questioni di maturità e filosofia spicciola, si prega piuttosto di tenere conto della reale età dell'autrice.

WARNING #2!
SPOILERONISSIMI.

Ah, Veronica Mars.
La amavo, eh.
E la invidiavo per la strafighissima vita che faceva alla stessa età in cui io andavo in oratorio a giocare a briscola chiamata, in cui peraltro facevo schifo perché mi facevo sgamare OGNI VOLTA.
Lei no, investigava sulla vita dei compagni, su questioni di droga, di omicidi, di gente scomparsa, e a me che già allora ero casalinga disperata dentro e amavo Criminal Minds tutto ciò sembrava straordinariamente fighissimo.
E continuerò a ripetere fighissimo all'infinito, perché a 15 anni la mia limitata proprietà di linguaggio avrebbe descritto la questione solo così: FIGHISSIMA.


Anni dopo la fine della serie nasce questa campagna kickstarter in cui si chiedono centesimi per dare alla luce il film sulla mia adoratissima Veronica. Gli avrei dato anche i soldi che non avevo.
Ebbene, il film è nato, io l'ho visto, e mi è piaciuto.
Come se il non piacermi fosse una possibilità contemplabile.

Veronica ormai è cresciuta, ha lasciato Neptune, ha una relazione con il tenerissimo Fizz e sta per ottenere il lavoro che potrebbe essere la grande occasione della sua vita. Ma riceve una telefonata: Logan è indagato per l'omicidio della sua ragazza, una famosa cantante pop.
Può Veronica forse non correre in suo soccorso?

No CHE NON PUÒ. Lei deve correre per forza, perché è Logan e se entro la fine del film questi non si rimettono insieme io prendo baracca e burattini e butto tutto fuori dalla finestra.
ANNI ad attendere che sti due deficienti si rimettessero insieme, ANNI. Se non avete avuto una coppia fittizia del cuore non potete capire, ma non venite a fare i cinici con me perché lo SO che ce l'avete avuta e siete caldamente invitati a raccontarmi quale fosse nei commenti.

Non ce ne frega niente del bravo ragazzo che la ama tanto, mi dispiace. C'era il bellissimo stronzo schifoso che a noi piaceva di più, quindi se per favore Fizz ti vuoi levare che è entrato in scena Logan in divisa bianca, grazie, che tutte noi abbiamo da sventolarci.

Ormoni adolescenziali a parte, il film mi aveva fatto prendere un bello spavento.
Innanzitutto hanno cambiato alcuni doppiatori, cosa che francamente trovo di una gravità spaventosa perché qua si vanno a destabilizzare gli animi.
Una delle cose che amavo di più della serie, poi, era la scrittura brillante. Battute pronte, scambi rapidi, mai niente di banale.
Inizio del film, primo incontro di Veronica con gli amici di sempre: un trenino di banalità imbarazzante.
Ero già pronta a fingere di non averlo mai visto per non rovinare lo splendido ricordo che ne avevo. Volevo solo dimenticare quello scempio e reprimere le lacrime.
Tutto sommato invece ci siamo rialzati, i miei adoratissimi personaggi hanno ripreso la verve che tanto temevo avessero perso e i miei battiti sono tornati ad una velocità consona.


Ragazzi, è chiaro, parliamo di Veronica Mars, mica di Solaris (che io potrei non avere mai visto, potrei). Ma per una persona che come me ha tanto amato la serie è stato bellissimo immergersi di nuovo in quei volti familiari, in quelle dinamiche così confortevoli, in quell'aria fighissima che faceva sentire fighissima anche te solo guardandola, per osmosi (che se non sapevi nasconderti bene in briscola chiamata figuriamoci assumere identità nuove con la faccia di tolla che lei sfoderava così bene).
Una adorabile riunione di famiglia che ha il sapore dell'adolescenza e delle volte in cui Veronica Mars lo guardavo pranzando dopo la scuola.

E poi Veronica e Logan si rimettono insieme, che me ne frega a me del resto.

martedì 28 luglio 2015

Tratto da un racconto di Stephen King: Stand by me

23:04
(1986, Rob Reiner)

Ho pensato a lungo su quale potesse essere il film migliore da trattare individualmente perché per quanto ci ostiniamo a dirlo, non è vero che ogni film tratto dai lavori del troppo nominato Stephen King fa pietà.
Alcuni fanno piangere dall'amarezza (Mercy, Mercy, Mercy!!), altri sono minuscole caccolette in confronto alle parole del Meraviglioso, e poi ci sono quelli belli.
Che quando dico belli intendo Belli.
E sarebbe facile stare qua a elencare i motivi per cui ritengo Shining l'unico film al mondo degno di essere chiamato Perfetta Opera D'Arte, oppure ribadire l'intramontabile fascino di Carrie o Misery.
Ma lo sappiamo già.
(Non che ribadirlo faccia male, ANZI, qua siamo a favore del repetita iuvant)
Di fianco a questi colossi dell'horror, però, ci sta Stand by me. 
Che titolo bellissimo, eh?
Stammi accanto.


Non importa a quanti anni si affronti la visione di Stand by me per la prima volta. Non importa che siate stati bambini composti e beneducati o coloriti maschiacci poco puliti. Non importa nemmeno che i vostri film preferiti siano di tutt'altra pasta. E non importa neanche se pensate che il solito autore sia un mediocre essere come tanti altri.
Stand by me è la trasposizione in pellicola del racconto in cui il Nostro ci mostra tutta la sua capacità di prendere l'animo umano e riproporlo in parole. In cui dimostra che non serve essere bambini per raccontare i bambini.
Basta una buona memoria.
Perché non c'è niente di più reale e universale della voglia di avventura (di qualunque tipo essa fosse, non c'è certo bisogno di scappare di casa di nascosto per viverne, anche se lo sognavamo tutti), e del desiderio di viverla con i volti cari dei nostri amici. Quegli stessi amici che prendono il tuo grande dolore e lo stritolano sotto le mani quando ti abbracciano, o quando ti danno un pugno, o quando ti buttano giù da un ponte per impedire che il treno vi investa entrambi.
Il dolore, sì, quello che già a 13 anni senti fortissimo alla bocca dello stomaco, anche quando magari non ne puoi comprendere tutte le implicazioni ma che può comunque rovinarti il funzionamento dell'apparato digerente e il ritmo sonno-veglia.
Essendo così giovane guardo a quell'età con ancora troppo coinvolgimento, non ho il distacco necessario per analizzarla come si deve.
Anche se, in effetti, ci si stacca mai dal noi stesso bambino?
King non lo ha fatto, ma nemmeno Reiner.
Che è riuscito a rendere, in un modo incantevole, tutto lo splendore di quegli anni, quando un secondo prima ti atteggi a uomo vissuto con la sigaretta in bocca e quello dopo preghi i tuoi amici di non raccontare storie dell'orrore perché te la fai sotto.
O quando vorresti trascorrere le giornate in spensieratezza, a cantare canzoncine per insultare le mamme dei tuoi amici (questo non passerà mai di moda) e a scappare dai bulli, come ci si aspetta che tu faccia a quell'età, e invece vivi col tremendo dolore della perdita di un fratello, o con la complicata convivenza con un padre difficile.
Quando vorresti essere già adulto e nello stesso tempo non esserlo mai.


Di tutte le scene iconiche che Stand by me ci regala, quella che preferisco e che credo renda perfettamente in immagini tutto il discorsone fatto sopra è una breve scena in cui i quattro amici stanno camminando in file da due. I ragazzi dietro stanno parlando del loro futuro, dei loro genitori difficili, dei loro desideri anche lavorativi. I due salamotti che stanno davanti, invece, discutono animatamente su chi sia più forte tra Braccio di Ferro e Superman. Entrambe conversazioni che riescono ad essere perfettamente legittimate dall'età dei protagonisti. Teneramente commovente, con quel loro modo di essere così goffi e impacciati, e quel sentirsi già così maturi. E così per tutta la durata di questo sognante e incredibile film, in cui scene dolcemente comiche si alternano a quelle altrettanto dolci ma struggenti.
Quanto è struggente vedere questi ometti entrare nel nero del dolore e cercare di nuotarci in mezzo, perché è proprio qui che stanno imparando come si fa a starci a galla. In un battito di ciglia avranno già imparato a gestirlo, ma ora sono qui e devono sbattere forte le gambe, anche se dopo un po' fa male e vengono i crampi.
Non ci si sveglia un mattino improvvisamente più grandi, saggi e ragionevoli. Si cresce minuto dopo minuto, su quelle rotaie in cui un passo non è mai compiuto dalla stessa persona che ha mosso quello precedente.
E non te ne accorgi mai, che stai crescendo.
Tu vivi, e basta.
Quando ti fermi a riflettere ti accorgi che magari è cambiato il modo di vedere le cose, o che i tuoi interessi non sono più gli stessi, che è mutato persino il tuo modo di rapportarti con le altre persone. Ma quando tutto questo stravolgimento sia avvenuto, tu mica lo sai.
Tu stavi solo passeggiando sui binari.

mercoledì 8 luglio 2015

Tratto da un racconto di Stephen King - Intro

11:10
Con ogni probabilità nemmeno ve ne siete accorti, ma sono stata lontana da questo luogo di delizia per giorni, mio malgrado.
Mi ha disturbato molto, ma con calma sto recuperando tutti i post che avete scritto in questo lasso di tempo.
La cosa '''positiva''' è che ho avuto molto tempo per leggere. Il risultato è questa nuova serie di post.
Mettiamoci comodi, che sarà lunga.


Stephen King ha sembianze umane, ma è chiaro a tutti da anni che si tratta in realtà di una creatura aliena giunta sulla Terra per mostrare a tutti noi che in un modo o nell'altro scriviamo che in realtà siamo solo delle caccolette al suo cospetto.
Diecimila miliardi di parole in neanche 70 anni, età terrestre.
Una specie di Hellboy della letteratura.
Con tutto sto materiale a disposizione, hai voglia a trarne dei film.
E infatti.

Su MRR abbiamo già parlato di alcuni film che portano le sue parole su schermo: Mercy, quella merda fotonica, Pet Sematary, lo splendore di Carrie di Brian De Palma e infine la totalizzante e spiazzante perfezione del mio amatissimo e preferitissimo Shining. Questi quindi li diamo per assodati, li nomineremo solo velocemente.
Ce ne sono, però, TANTISSIMI altri.
Talmente altri che ne avremmo per un semestre, ma siccome i film da vedere al mondo sono troppi, facciamo che ce ne occupiamo solo per un mesetto.

Se volessi trattare OGNI SINGOLA COSA che porta la dicitura che dà il titolo a questa serie di post, avrei sufficiente materiale da tenerci un blog a parte.
Ho cercato quindi di selezionare solo alcuni titoli, e solo film.
Perché se mi mettessi a vedere anche tutte le serie tv dovrei licenziarmi dal lavoro e non fare altro.
E poi Under the dome non lo voglio guardare, gne gne gne.


giovedì 11 giugno 2015

Musarañas

11:26
(Esteban Roel, Juan Fernando Andrés, 2014)

Vi è mai capitato un periodo di freddezza?
Guardavo film ma mi lasciavano indifferente, mi mancavano le parole.
E qui lo sento, il vostro sospiro di sollievo.
Poi leggo di Musarañas.
Soprattutto, leggo Luis Tosar.
E il mio momento di silenzio finisce.

Montse è una giovane donna che vive rinchiusa in casa con la sorella minore. Non riesce a varcare la soglia di casa da anni.
Uno spiraglio di mondo esterno le si apre nel momento in cui soccorre Carlos, un vicino di casa caduto dalle scale, che da quel momento starà in casa loro fino a quando non si sentirà in grado di andarsene.


Prima d'ora non mi ero mai fermata a riflettere sul mio viso e sul modo in cui lo uso. Adesso, proprio perché ci sto pensando, mi rendo conto di quante volte nella vita reale il mio viso rimane come una maschera di cera, quando non voglio palesare qualcosa che sto provando, per esempio. Immagino sia una cosa che facciamo tutti, più o meno consciamente.
E' anche probabile, invece, che lo faccia solo io e faccia la figura della tonta, ma tant'è.
Ci sto pensando perché nella passata ora e mezza sono stata folgorata da uno dei visi più particolari su cui abbia mai posato lo sguardo: quello di Macarena Gomez. Una bellezza decisamente non convenzionale.
Stavo pensando al modo in cui usiamo il viso perché prima d'ora ho visto pochissime persone usarlo come fa lei. Perché quando hai dei lineamenti così particolari (e, quindi, riconoscibili) è facile cadere nel 'Ahhhhh! Ma quella è Macarena Gomez!'. E invece zero. Pur essendo quello il suo viso, all'apparenza anche poco truccato, Macarena è completamente annullata dentro Montse.


La cosa che però mi ha fatto cadere inevitabilmente innamorata di Musarañas è che di suo sia una pellicola davvero, davvero bella a prescindere dalla Gomez. E' sinceramente inquietante e claustrofobico (come non esce Montse di casa, anche noi ne siamo vincolati, salvo una piccolissima eccezione), la tensione, soprattutto nella parte finale, è quasi insostenibile. I colori sono tenui, quasi spenti, l'ambientazione è deliziosamente vintage senza strillare 'EHI! SIAMO NEGLI ANNI 50!'. E anche tutti gli altri attori sono di un signor livello (risalutiamo Tosar, in personaggi sempre più merda in ogni film che passa).
Eppure, l'interpretazione assolutamente fuori dalla norma della nostra protagonista lo eleva a film eccezionale. Lei, le sue mani costantemente in movimento e i suoi occhioni sbarrati. Lei che interpreta un personaggio così complesso, e sembra farlo con una naturalezza tale che mi fa dubitare della sua salute mentale anche nella vita reale.
Un personaggio, tra l'altro, incredibile. Fortissimo, combattutissimo, pieno di sofferenza. Un personaggio crudele ma a cui non si riesce ad attribuire alcuna responsabilità per quella stessa crudeltà. Io, che non ho mai desiderato entrare nel mondo del cinema ma solo fruirne dall'esterno, non posso che guardare con sconfinata ammirazione quello che una persona può fare con il suo corpo. Prenderlo, e renderlo quello di qualcun'altro.


Sono molto ammirata da quello che gli spagnoli riescono a mettere in piedi. 
Io mi trasferisco.

lunedì 11 maggio 2015

Maripensiero: Harry Potter

18:34
(Questo è un post abbastanza personale. E con abbastanza intendo molto. Prendete quello che ne uscirà con le dovute precauzioni, poi la prossima volta torniamo a fare i cazzoni come sempre che è il motivo principale per cui MRR esiste)

Più volte mi sono detta che avrei davvero dovuto parlare anche di Harry Potter, qui sul blog. E ci ho provato, eccome se ci ho provato. Ho scritto tonnellate di parole che poi sono finite nel cestino in tempo record.
Niente era mai abbastanza. Niente era sufficientemente poetico, o adeguato, o significativo. Quindi via, nel dimenticatoio.

Poi ho capito dove stava il problema.
Per parlare di qualcosa di così tanto amato non posso usare espedienti ricercati, non posso cercare di creare qualcosa all'altezza.
Niente potrà mai essere all'altezza di Harry Potter perché, semplicemente, Harry Potter non è in alto.
Sta quieto in basso, in mezzo a noi, con l'umiltà e la tenerezza che contraddistinguono la sua splendida autrice.

Come tonnellate di altri bambini al mondo, sono arrivata ad Hogwarts nel 2001, con l'uscita in sala del primo film, Harry Potter e la pietra filosofale. Mi ci aveva portato un'amica di mamma, la zia Stella. Rimasi talmente folgorata da desiderare il libro immediatamente (la mia passione per i libri è nata molto prima di quella per il cinema). E così via, libro e film, libro e film, libro e film, per DIECI ANNI della mia vita.
Il caso ha voluto che nel 2001 io avessi 11 anni. Come Harry.
Ne ho avuti 12 quando ne ha avuti 12 lui, e siamo venuti su insieme fino al momento in cui crescere non era più rimandabile.

Facciamo un passo indietro.
A 11 anni non ero una bambina felice.
Non sono stata felice a 12 anni, nè a 13, e non posso certo dire di esserlo ora.
La mia famiglia mi ha sempre fatta partecipe degli eventi che ci accadevano, fin da quando ero piccolissima. Ho convissuto in piena coscienza con problemi non indifferenti fin da quando so parlare.
Se state scrivendo un commento a proposito di queste affermazioni, fermatevi, per favore. Non è certo la vostra commiserazione il motivo per cui sto scrivendo questo ma per farvi comprendere a fondo il clima in cui la saga della Rowling si è trovata impiantata.
Perché questo ha fatto. Si è impiantata, come un seme. Il terreno a disposizione sembrava inaridito, iniziavo ad coltivare il cinismo che oggi porto con orgoglio. Ma una bambina di 11 anni non può mai essere cresciuta del tutto. In mezzo al terreno inasprito c'è sempre un angolino di prato verde. La Rowling l'ha trovato e ci ha coltivato su. Come un radbomante ha trovato il luogo in cui stava l'acqua e in cui la sua pianta sarebbe riuscita a crescere.
Il giovane prescelto a 11 anni scopriva che la sua orribile vita stava cambiando per sempre. Scopriva la magia! Scopriva che qualcuno gli aveva voluto bene. Di quel bene immenso che porta tua madre a morire pur di permettere a te di vivere. E proprio io, che vivo nel complesso di non essere mai amata da nessuno, che sono l'eterna seconda, che non riesco a dare per 'dovuto' nemmeno l'amore di mia madre, guardavo questo piccoletto rinascere forte dell'amore che anche lui aveva avuto, mentre un uomo gigante impiantava a sua volta una coda di maiale nel sedere del cugino.
E poi, l'arrivo a Diagon Alley, lo sguardo spalancato di Radcliffe affamato di bellezza, di inaspettato, di nuovo. Lui e io, insieme, guardavamo al domani come a qualcosa di meraviglioso, qualcosa di magico.

Passavano gli anni, e le cose continuavano a succedere nella mia vita. Ma, da quel Natale del 2001, ho avuto un'altra casa in cui rifugiarmi quando le pareti della mia sembravano stritolarmi sul letto: Hogwarts.
E se pensate che un libro non sia un'evasione sufficiente dai problemi, è perché non avete mai permesso ad un romanzo di entrarvi dentro.
Soprattutto se quel libro non ha pretesa di grandezza alcuna. Non ha pretesa di cambiare la vita, entra in punta di piedi nel tuo mondo, qualunque esso sia, ma finisce inevitabilmente per prenderne totale possesso.
E tu stai lì, a cercare di stare in equilibrio tra tutte le cose che ti accadono intorno, e pensi che vorresti solo stare chiuso in un angolo a piangere fino a perdere la voce. Ma perchè farlo? Ron non si lamentava, di vivere in una famiglia povera che non gli poteva garantire la lussuosa divisa nuova di pacca come quella di Malfoy. Hermione, vittima del 'bullismo' per via delle sue origini Babbane, non stava chiusa in bagno a piangere su se stessa.
Perché avrei dovuto io?
Indirettamente Harry Potter mi ha mostrato l'inutilità del piangersi addosso. Allo stesso tempo, mi ha illuminato su come una grandissima percentuale delle cose che accadono dipendono dal mio modo di prenderle. Lentamente, nel corso degli anni, si è insediato come principale spunto educativo, laddove figure più concrete di Albus Silente avevano fallito in precedenza.

Mi rendo conto che leggere certe parole sapendo che sono rivolte ad un mondo fittizio possa suonare bizzarro agli occhi di chi questo amore non l'ha vissuto. Ma Harry Potter è stato lì nel momento in cui avevo bisogno di appoggiarmi a qualcosa per non cedere, è stato il modo in cui ho appreso che se Hermione Granger poteva avere dei difetti, io potevo provare a perdonarmi per i miei. (Non ci riesco ancora, ma quanto ci provo). E' stato lì quando i miei problemi famigliari venivano surclassati da quel dolore che a 16 anni sembra immenso e che provi quando un determinato lui non ne vuole sapere di te. O quando litigavo con un amica e pensavo di avere perso il mio mondo.
Ma soprattutto, è a Harry Potter che devo la capacità (sempre in lavorazione, non si finirà mai di costruirla) di gestire il dolore.
Il dolore di non conoscere la propria famiglia, di non sentirsi apprezzato, di sentirsi solo, di incontrare finalmente quanto di più vicino ad un genitore e perderlo, di nuovo.
C'è tantissima sofferenza, in 7 libri.
Perchè sono la vita, in ogni suo aspetto.
E, facendoti sempre sognare la magia (anche ora, a 24 anni), sono stati l'amico costante, quello più vicino, quello che, pur non conoscendoti, ti conosce meglio di chiunque altro.

Non è mai atto solo un libro, è stato il mio rifugio.
Ed è per questo che quando la Rowling dice, alla prima dell'ultimo film, che 'Hogwarts will always be there to welcome you home', so esattamente che per me sarà sempre così.

domenica 5 aprile 2015

Il signore del male

18:46
(1987, John Carpenter)

Signori, ho trovato un lavoro.
Stare a casa disoccupata mi stava logorando su tanti di quei piani che fatico anche solo a spiegarlo.
Mi meritavo un premio.
Ed esiste un premio migliore di un bel film?
Spoiler: no.

E poiché non parlerò de Il seme della follia nemmeno sotto tortura almeno fino a quando non avrò 15 lauree in cinemaregiasceneggiatura, direi che è giunto il momento per me di mettere da parte il mio terrore per i film demoniaci e vedere, in vergognoso ritardo, Prince of Darkness. 


[Ve lo dico subito che così ci leviamo un bel pensiero. Se pensate che io sappia anche solo cosa vuol dire fisica quantistica avete proprio capito Roma per Toma. Io amo la storia, la letteratura, tutto ciò che è astratto. Le materie scientifiche mi annoiano solo se ci penso. Mi dispiace. So che questo potrebbe essere una limitazione nella visione del film, lo riconosco. Terrò Wikipedia aperta, che volete che vi dica. Ma tanto con ogni probabilità non capirò nemmeno cosa dice Wiki.]

In un'antica chiesa di Los Angeles viene ritrovata la sede di una segreta setta religiosa, che custodiva un misterioso liquido verde, che pare essere l'essenza del Maligno. Il sacerdote responsabile del ritrovamento si rivolge ad un professore di fisica e ai suoi studenti per risolvere il mistero.

Oh, eccoci qua.
Sediamoci e parliamo di fede/scienza. Ce l'avete un tè? Io ho fatto la torta al cioccolato, così intanto facciamo merenda.

Io sono atea, ma non sono una di quelle atee ostili nei confronti dei credenti. Io ho molto rispetto delle persone con una sincera religiosità, sono sempre contenta di ascoltare il loro punto di vista e condividere con loro il mio.
Per questo motivo, la prima cosa che mi ha tanto colpito de Il signore del male è che vediamo i due mondi apparentemente 'antagonisti' incontrarsi per loro stessa volontà. E' il sacerdote che sceglie di comunicare le proprie perplessità al professore anzichè al proprio superiore. Qualcosa nel suo mondo lo sta mettendo in difficoltà, per cui sceglie di aprire la sua mente - che rimane comunque ferma nel proprio credo - alla scienza. Così come il professore e gli studenti sono costretti ad un certo punto a riconoscere che l'entità dei fenomeni che stanno colpendo la chiesa esula dal loro campo di competenza.
Questo mi affascina molto, e non fa altro che aumentare la mia già presentissima stima nei confronti di Big J.
Ogni personaggio è interessante, intelligente, aperto all'altro ma non incoerente.
Persone che vorrei incontrare nella vita reale.


Chiaro, parliamo di un film.
Un film girato con qualcosa come i 5€ della paghetta.
Un pochino si vede, dai. Un pochino.
Ma, francamente, ce ne frega?
No che non ce ne frega, perché con 5€ noi ci compriamo un pacchetto di sigarette (voi, perché io non sono scema e non fumo), lui, che c'è un motivo se è una specie di divinità greca, ci ha girato un film che inizia sottovoce, e poi esplode.
La sensazione è quella di una tavola preparata: si inizia a cucinare pian piano, poi si apparecchia, con calma e in ordine. Poi si inizia a sentire il profumo del cibo che è quasi pronto e infine sbam! Piatti in tavola, portata dopo portata, rumore di posate, l'acqua versata, e infine, gran finale per cui c'è sempre spazio anche nello stomaco più pieno, il dolce.
E così Il signore del male. Inizia con 10 minuti di titoli di testa, angoscianti e infiniti, nei quali assistiamo alla preparazione della mattanza. Quello che dovrebbe essere il momento in cui sentiamo il profumino del cibo è quello in cui il demonio si libera, prende possesso della prima vittima, ed entriamo nel vivo del film.

A questo punto affrontiamo la questione paura. Perché si parla di un film demoniaco. Di un film demoniaco della miseria. Quindi, come ha potuto una persona terrorizzata dal suddetto filone averlo visto?
Paura me ne ha sinceramente fatta. Mi ha lasciato quella patina di angoscia sulla pelle, quella che potrai anche farti mille docce (se hai il coraggio di andare in bagno da sola) ma la senti ancora lì. Per tutta la durata sono stata incollata allo schermo, ma questo era prevedibile.
Certo, quel finale lì mica me lo aspettavo.
Infatti ho fatto un triplo carpiato rovesciato imbalsamato che credo di avere tolto un paio di doghe al letto.
Eppure, dopo lo spavento iniziale, era l'unico finale possibile. Io non ci sarei mai arrivata di testa mia, ma una volta che il sior Genio me lo ha presentato, era in effetti l'unica cosa da fare. Che è il motivo per cui lui è, appunto, il sior Genio e io la siora Cretina.


Mi pare di avere capito che lo si ama o lo si odia, sto principe delle tenebre.
Io, personalmente, l'ho amato.

(Certo, se ne volete un'opinione più seria e molto meglio argomentata, vi rimando alla recensione di Obsidian Mirror)

venerdì 16 gennaio 2015

Non solo horror: La città incantata

13:10
(2001, Hayao Miyazaki)

Può un film d'animazione giapponese farmi pensare allo zucchero a velo?
Può, se lo firma Hayao Miyazaki.

Ne La città incantata incontriamo Chihiro, che sta affrontando con la famiglia un trasloco.
Giunta nella nuova città, però, il papà intraprende quella che sembra essere una scorciatoia ma che si rivela invece essere una strada chiusa che dà su un tunnel.
Presa dalla curiosità, la famiglia lo attraversa nonostante le proteste di Chihiro, e quello che si troveranno di fronte è un luna park apparentemente abbandonato, in cui però è rimasto attivo un banchetto in cui i genitori di Chihiro si abbuffano.
Peccato che vengano poi trasformati in maiali, e toccherà alla figlia trovare una soluzione a questo incantesimo.

Zucchero a velo, dicevamo.
Io non sono proprio capace di fare da mangiare, sopravvivo a malapena.
I dolci però li so fare, quelli sì. (credo)
E so che lo zucchero a velo non fa altro che addolcire un po' di più, soprattutto se comprate quello vanigliato che è un piacere solo pensarci.
Però se volete che la torta sia più buona ne dovete mettere poco, così è dolcissimo ma non dà fastidio in bocca, non si esagera.


Questo ha fatto questo film.
Ha addolcito la bocca, ha fatto sentire la vaniglia sulle labbra, ha riscaldato il cuore.
Una splendida torta margherita altissima e morbidissima appena sfornata.
Il riferimento alla torta margherita non è certo casuale.

La più semplice in assoluto, la più povera di ingredienti, la più basica.
Ma quanto è buona.
E' strepitosa appena la tiri fuori dal forno, ancora tiepida.
Ma è buonissima anche la mattina dopo, fredda e intinta nel latte.
(Cioè, i normali esseri umani fanno così, io piuttosto che pucciare qualsiasi dolce in qualsiasi bevanda mi ammazzo dal disgusto)

E così La città incantata. Lo guardi una volta, e quanto è bello. Te ne innamori. Poi lo vedi la seconda, la terza, la ventesima. Ed è sempre così incredibilmente bello.



La torta margherita, però, sembra facile ma è infida.
Bisogna saperla fare.
Se non sei capace ti esce stopposa, con i grumi, oppure troppo pastosa che per mandarla giù ci vogliono due scodelle di latte.

Dove voglio arrivare?
Che Miyazaki è un pasticcere strepitoso.
Ha cucinato la migliore delle torte margherite.
Ha sfornato un'opera dalla dolcezza incredibile, ma che non è mai stucchevole. MAI. Ha preparato una torta talmente leggera che mentre la guardi ti sembra che non stia lì, ma che aleggi nell'aria, che il suo profumo riempia la stanza.
E ci ha messo l'AMORE, perché non c'è certo bisogno di guardare la Clerici per sapere che cucinare per qualcuno è una grande dimostrazione d'amore.

Quando i film diventano poesia in immagini c'è ben poco che si possa dire per recensirli.
Si prendono così come sono, con tutte le emozioni che l'Arte, quando è tale, regala a chi ha la fortuna di poterne fruire.





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