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giovedì 11 maggio 2017

Non solo cinema: La principessa sposa

20:00
Lo scorso weekend a Cremona c'è stato il mercato europeo. Il centro della città era pieno di banchetti alimentari e non, ed è un evento che a me piace sempre tanto. Sotto la galleria della città, però, stavano i libri.
Con cosa sono tornata a casa?
Con una copia di The Princess Bride, in inglese e con questa copertina bellissima qui:


Facciamo che avete un bambino nella vostra vita. Un cuginetto, una sorellina, un vicino di casa affezionato, un nipote, un amico. Se ne sta lì, e gioca con le spade di legno. Oppure fa finta di cavalcare la scopa, oppure ancora ama i pirati. 
Mettiamo anche che ci sia la circostanza giusta per fargli un regalo, al bambino in questione (non che serva occasione per regalare libri ai bambini, ma tant'è).
Ecco, mettete da parte ogni vostra idea, perché c'è una sola cosa che farà gongolare il vostro bambino da qui all'eternità: La principessa sposa.
Ci sbilanciamo? Ci sbilanciamo: è perfetto.
È un mix esplosivo ed esilarante di avventure varie ed imprevedibili, di combattimenti e cuori che palpitano, di vendette e di torture. 

Di cosa parla lo sapete se avete visto La storia fantastica, ma ve lo riassumo così:
Buttercup (Bottondoro in italiano) e Westley sono innamoratissimissimi. Ma proprio di quell'amore grande e che scavalca le montagne. Il fato li separa: Westley viene rapito dal perfido pirata Roberts, Buttercup viene data in sposa ad un crudele principe. 
Riusciranno gli amati a riunirsi?

Mi rendo conto che la mia capacità di sintesi sia deplorevole, e che quindi sembri una storiellina d'amore per cucciolini indifesi. 
Ma manco per niente. 
Questo è un libro per bambini sfacciati e coraggiosi, con le mani che fremono dalla voglia di avventura e il tono della voce sempre troppo alto. Ci sono i pirati, gli eroi, gli spadaccini, le principesse, i cavalli, i cattivi cattivissimi e i cattivi non proprio cattivissimi, qualche parolaccia qua e là per sentirci grandi. Non manca niente, è una formula vincente per chiunque. Ai bambini regala sogni enormi, di quelli che fanno fantasticare anche quando il sogno è finito, ma è agli adulti che regala le vere sorprese.
Ragazzi, La principessa sposa fa spaccare dal ridere.
Io mica lo sapevo, ho visto il film da bambina e poi basta, lo ricordavo come una cosa seria. Devo rettificare: divorato in due giorni, risate incredibili. Battute brillanti, descrizioni spiritosissime e un po' di sarcasmo qua e là messo giusto per strizzare l'occhio a quei lettori che abbiano già le capacità per coglierlo.
Ma argomentare è anche inutile.
C'è Inigo Montoya, e tanto basta.

lunedì 8 maggio 2017

Fantasmi

18:38
Il giorno che per tutti è fonte di angoscia e tremori è il mio giorno di riposo.
Avrei potuto sfruttare la bella giornata di sole uscendo a fare due passi, godendomi un libro, guardando un film di Wes Anderson che ti rimette in pace con l'universo.
No, Coscarelli.


Phantasm parla di Mike, un ragazzino di 13 anni che ha perso da poco entrambi i genitori. Vive con il fratello maggiore, Jody, e vive nel terrore che anche lui lo lasci. Per questo, lo segue ovunque, ed è proprio durante uno dei suoi inseguimenti, mentre Jody è ad un funerale, che Mike scopre che il becchino del paese per qualche motivo si porta via le bare con i defunti.
È chiaro che non ne fa un uso, diciamo, legittimo.

Mi accorgo che sto guardando un film Grande, aldilà della fama che lo precede, quando c'è un dettaglio, o una scena, che mi colpisce in particolare. Qua potevano essere mille cose, il tono sempre in bilico tra il reale e l'onirico, l'atmosfera così malsana e lugubre (siamo spessissimo al cimitero), quel Tall Man così sinceramente inquietante.
Invece no, a colpirmi questa volta sono stati i suoni. Non solo la colonna sonora, che si piazza nel lobo frontale come una trapanata, per non mollarvi più, ma proprio tutti i suoni e i rumori del film, a partire dai suoni sinistri che Mike sente nel suo primo giro al cimitero in moto, e che poi si riveleranno essere i versi dei nani malefici (Coscarelli peraltro profeta dei giorni nostri che ha usato nani malefici in un film ben prima della notorietà del capostipite della specie: Berlusconi).
Ci sono poi i passi che risuonano in quella villa modesta e discretissima, il rumore delle lame che escono dalla sfera maledetta, le voci, le canzoni.
Sono pazza? È una sensazione che ho avuto solo mia? Ho trovato una versione del film particolarmente felice con l'audio migliroe mai sentito in un film con la sua età? O forse davvero una buona parte del fascino (indiscutibile nel modo più assoluto) di tutta la pellicola sta nella paura che mette con l'uso superbo che fa del sonoro?
Perché quel finale lì, che abbiamo visto un milioncino di volte e che è stato anche l'argomento della mia tesina di maturità, fa mille volte più effetto quando ci si arriva così provati.

Poi possiamo anche parlare della camminata spaventosa del Tall Man, se volete.
Oppure della combo micidiale delle due cose, e invece che parlarne ce la facciamo sotto e basta.

giovedì 20 aprile 2017

Non solo cinema: Il Monaco

15:36
Che voi amiate la letteratura dell'orrore, il mondo dei brividi in genere, o meno, io dico gotico e a voi vengono in mente tutta una serie di immagini. Provo ad indovinare? Se vinco sono gradite ricompense in denaro.
Ragnatele. Antiche residenze vittoriane, meglio se in decadenza. Lunghi abiti damascati, con i tessuti pesanti. Lampade ad olio. Fantasmi, soprattutto fantasmi.
Ci ho preso?
Nell'immaginario comune al gotico corrisponde quel mondo lì, e la cosa più bella di tutte è che l'immaginario comune ha ragione. Devo ammettere che quell'immagine lì è estremamente riduttiva, ma se quell'idea lì, quell'atmosfera lì, vi fanno friggere dall'entusiasmo, la cosa giusta da fare è mollare questo piccolo blog e prendere in mano il grande, gigantesco (ma non per dimensioni) libro di Lewis.
Tanto per chiarire la mia posizione a riguardo: di tutti i sottogeneri che compongono il fantastico, il gotico è tra quelli che preferisco. Sembra che mi appartenga, per atmosfera, morbosità, romanticismo.


Il monaco del titolo risponde al nome di Ambrosio. Il più pio, santo, vicino al Signore monaco di Madrid. Ambrosio in monastero ci è cresciuto: abbandonato in fasce dalla madre è stato accolto e accudito dai frati cappuccini. Tutta la città accorre alle sue ammirevoli prediche, in estasi di fronte alla bellezza, fisica ma soprattutto spirituale, del frate. Alla prima messa facciamo la conoscenza degli altri personaggi che popolano il romanzo: la bella e ingenua Antonia e il giovane Lorenzo, per dirne solo due.

Sarà difficile andare con ordine e cercare anche di non rivelare troppo di una trama che vale davvero la pena di essere spolpata senza rivelazioni. La storia è un gomitolo di racconti, legati dal filo comune della santità perduta, della Chiesa delusa, del peccato.
La Chiesa è la grande protagonista: se la maggior parte della vicenda ha luogo tra i frati, hanno un ruolo fondamentale anche le suore. Fa quasi ridere che in realtà Dio non sia quasi mai nominato. Tutto il clero è ritratto come un corpo unito, all'inizio. L'intero convento è innamorato di quel Sant'Ambrosio, tutti i frati gli sono devoti, incapaci di vedere in lui la minima scintilla di peccato. Rosario, in particolare, la cui compagnia è la prediletta di Ambrosio stesso, pende dalle sue labbra.
Ah, già, ma Rosario è una donna.
Da questo momento, dal punto in cui una certezza così forte viene sradicata, tutta la compattezza dei corpi religiosi finisce lentamente in frantumi. Ma nessun baccano di vetri rotti. Lo sfaldamento è lento e doloroso. Dalla pagina in cui viene rivelata l'identità del giovane frate, niente nel romanzo è più lo stesso. Da lì in avanti ogni pagina sarà un passo in avanti verso l'abisso della perdizione, da lì in poi non c'è ottimismo, non c'è soluzione: perduto Ambrosio, è perduto tutto.
Ambrosio, infatti, l'ha vinta facile fino a quel momento: mai uscito dal convento, mai incontrata una donna se non in chiesa, mai visto il mondo con occhi profani. In un secondo, in una notte rivelatoria, tutta la sua santità è perduta.
Se noi poveri peccatori siamo ormai usi al nostro errare e quindi siamo molto rapidi nel perdonarci e farci perdonare (proprio dagli Ambrosi, peraltro, con la confessione), ecco che lui, inciampato una volta, è andato per sempre. Non esiste recupero, non esiste risalita. È come quando sgarri in un giorno di dieta: 'Va beh, mangio anche le patatine fritte, tanto ormai ho mangiato la pizza.'
E se i frati, rappresentati dal loro superiore, non ne escono bene, dovreste vedere la fine che fanno le suore.

Intorno a questi conventi, ci sono i laici: uomini di mondo, peccatori, innamorati, ingenui, amici fedeli o miserabili criminali. Non ne manca alcuno, nel romanzo.
La storia, quando potrebbe migliorare e ridare speranza, non fa che trascinarsi sempre più a fondo, in ritratti di umani, laici o meno, che vivono in virtù dei loro peccati, dei loro errori imperdonabili. Intorno a loro, i due volti candidi del romanzo, Lorenzo e Antonia, unici ingenui privi di vizi che vivono nel mondo di Lewis.
Ogni pagina, ne Il monaco, è un gradino verso la graduale discesa all'inferno di Ambrosio e di chi stia leggendo la sua storia. Si inizia con un errore e si finisce con un'anima perduta per sempre.
Il tutto in un romanzo che, farcito di perversione e passione, trasuda un fascino incontrato poche altre volte in vita mia. Si passa dal romanticismo, alla morbosità, ai demoni, ai fantasmi, alla violenza, ai segreti. Il tutto senza mai stroppiare, senza mai farsi sentire indigesto, mettendoci a disagio senza passare per una volgare fiera delle vanità al contrario.
È un capolavoro.
Amen.

sabato 11 febbraio 2017

Non solo horror: Qualcuno volò sul nido del cuculo

11:36
Per il trecentesimo post di MRR volevo qualcosa di speciale. Volevo un film importante, potente, con molte cose da dire. Speravo di non uscirne a pezzi, ma mi sono sopravvalutata. Dovevo saperlo, perchè l'ultima volta che ho visto un film di Forman non solo ho pianto per giorni, ma ancora adesso resto scombussolata dalla (bellissima) colonna sonora. Sì, ci piango ancora per Hair. 


Qualcuno volò sul nido del cuculo parla di McMurphy, uno splendido Jack Nicholson che fa il suo ingresso in un istituto psichiatrico. I motivi del suo ricovero sono un po' controversi: forse ha una malattia, forse no, ma va tenuto sotto osservazione. Qui Mac farà la conoscenza degli altri ospiti della struttura e della realtà degli ospedali psichiatrici.

Messa giù in questo modo la trama, sembra si parli di un film denuncia, di un trattato sulla società, di un manifesto. Non che non sia anche tutte queste cose, ma c'è tanto, tantissimo altro. Se ne esce sopraffatti e pieni di riflessioni. Sono due ore che scorrono velocemente ma che toccano l'infinito.
Temo che questo post sarà pericolosamente simile a quello di Freaks, spero perdonerete la ripetitività. Non credo che paragonandoli farei un favore a nessuno dei due, ma in effetti concorderete con me che poche altre volte al cinema la disabilità è stata trattata in un modo così efficace. È troppo facile raccontare la storia del genio malato (quella Teoria del tutto a cui riconosco alcuni meriti ma che nel complesso malsopporto), o dell'uomo che ha aiutato gli inglesi a vincere la guerra (ecco, The imitation game mi è piaciuto già di più, e non solo per Cumberbatch). 
Se vogliamo trattare dei disabili dobbiamo sporcarci le mani, scendere nei meandri delle difficoltà più oscure, per far riconoscere alla nostra coscienza chi siamo e cosa facciamo noi normodotati. Se Freaks era però ad un livello di coscienza dell'altro quasi medievale - non solo i disabili sono diversi, ma sono proprio fenomeni da baraccone, strumenti di spettacolo - qua siamo un passo ben oltre. 
Jack Nicholson è un personaggio che, colmo di genuinità, senza pensarci, senza sforzarsi, fa tutto quello che dovremmo fare noi. Quello che a causa del terrificante buonismo di cui ci rivestiamo non riusciamo a fare, perchè siamo ancora quelli che quando vedono un disabile dicono 'poverino'.
Lui no. Lui i disabili li prende in giro, come si fa con gli umani normali. E infatti cosa succede? Crea rapporti incredibili, viene amato incondizionatamente, diventa punto di riferimento e di forza. 
Se deve insultarne uno, lo insulta. Cinque minuti dopo, però, ci gioca a basket, come farebbe con qualunque altro amico. Sì, anche arrabbiandosi se non giocano bene, come farebbe con un amico normodotato. 
Ci viene talmente naturale riservare trattamenti speciali a persone che magari speciali non ci si sentono affatto. Ma l'equità non è questa. Equità è darti modo di essere uguale a me, per cui se non puoi camminare ti dò tutto quello di cui hai bisogno. Se non puoi comprendere alcune cose ti aiuto a farle tue. Ma per il resto sei come me, e come me hai diritto ad essere trattato.

Forse io parlo bene perchè non ho mai avuto rapporti con persone diversamente abili. Ogni tanto lavoro con una ragazza che soffre della sindrome di Down, ma questo è tutto. Non so come la penserei se avessi contatti più variegati e costanti, ma di certo Forman, come aveva fatto Browning, mi ha dato una gigantesca lezione di vita, mostrandomi l'amore, la lealtà e l'amicizia nella loro forma più elevata, genuina, depurata da ogni malizia. 
E poi mi ha lasciata in pezzi, ma ne è valsa la pena.


(Vi invito a seguire sui social Iacopo Melio, il ragazzo che era diventato noto per aver sollevato i problemi del trasporto ferroviario italiano per i disabili. Alcuni lo accusano di essere un po' saveriotommasiano, e non posso dirmi contraria, ma se si parla di disabilità il suo sguardo è molto importante per confermare nuovamente il messaggio del Cuculo. Non sia mai che ce ne dimentichiamo.)

lunedì 6 febbraio 2017

Alien

18:35
In questo periodo che per me è stato di grandi recuperi, Alien pendeva sulla mia testa, la lacuna che mi causava più imbarazzo in assoluto. A volte molto semplicemente non mi sento all'altezza del Cinema quello grande con la maiuscola e quindi rimando. Solo che quest anno è morto John Hurt, che sebbene nel mio cuore sarà per sempre lo splendido Olivander, ho deciso di omaggiare nel mio piccolissimo lanciandomi nella visione di una delle mie più grandi soggezioni.

Inspiegabilmente manca il gatto

Protagonista di Alien è l'equipaggio del Nostromo, un'astronave di ritorno sulla Terra. Gli uomini e le donne presenti sulla nave vengono svegliati dall'ibernazione da un segnale di emergenza a cui sarebbe stato molto, molto meglio se non avessero risposto.

Inevitabili anticipazioni 

Vediamo di partire come al solito da me. Ne ho parlato spesso, ho visto molti più film recenti che anzianotti e i miei occhi sono viziatissimi. Poi capita spessissimo che il Cinema mi castighi, come in questo caso, ma ogni volta parto convinta di dovermi adattare ad effetti vecchiotti e immagini datate. Non è che questo sia sinonimo di minore qualità, ma so che siete troppo intelligenti perchè io stia qui a specificarvelo.
Alien è un film del '79, i miei sensi erano preparati a dover fare il doppio del lavoro. Risultato? Pare girato ieri. Un invecchiamento degno di Audrey, elegantissimo e quasi incredibile. Un esempio tanto ovvio quanto efficace: io poche volte distolgo lo sguardo dallo schermo. Non è mica un vanto, solo che è così, gli occhi si abituano a tutto. L'ultima volta in cui una scena mi è stata davvero insostenibile stavo guardando Martyrs, scena degli spuntoni in testa alla prigioniera, incubi eterni. Non lo faccio con film recenti, dagli effettacci pazzeschi fatti al pc che non lasciano spazio all'immaginazione, ma non sono riuscita a guardare la scena della morte di Hurt. Certo, poi si va sul Movie Database, si cercano i trivia che sono sempre una goduria da leggere, si spiega tutto, si crede di essere a posto. Poi riguardo il film: non la so ancora guardare. Ma la cosa DAVVERO incredibile è che io sono già provata quando arrivo lì, perchè prima il sempre povero John Hurt ha sulla faccia un coso repellente. Ad un certo punto Ash cerca di sollevare un tentacolo dele facehugger, e la pelle si solleva insieme. Non si strappa, non c'è ancora sangue, si intuisce e si dice solo cosa potrebbe succedere.
Oh, è bastato un niente, e io cappottata dall'impressione.

Avevo una paura incredibile di annoiarmi, perchè questo è quello che mi fa la fantascienza. Ci provo con un'intensità che lo so solo io, e non mi perderò il Dune di Villeneuve neanche a morire, ma mi annoio. Le astronavi già mi mettono a disagio perchè non so mai come chiamarle e la parola astronave mi fa ridere e pensare a cose poco serie, non riesco a darle pathos. È indubbiamente un demerito mio, eh, ma è così. Ci sto lavorando. Alien è tutto in un'astronave, in un'intricatissima e labirintica astronave, e la cosa non mi è pesata per un istante. Perchè ero persa insieme a loro, disperata insieme a loro, mi è mancata l'aria insieme a loro. Li ho visti cadere come i dieci piccoli indiani, perdendo fiducia l'uno nell'altro con una velocità spaventosa, incapaci di capire se e come ci fosse possibilità di salvezza, e me la sono fatta sotto insieme a loro. Perchè aldilà della classificazione di genere, che sia fantascienza o horror o fantahorror o horrorscienza (??), la cosa fondamentale è che il senso di sconfitta assoluta con cui mi sono ritrovata a visione finita non me l'ha dato nessun altro film, non così. Ripley da sola con Mr Jones sulla scialuppa a registrare il messaggio è uno dei finali più intensi a cui abbia mai assistito.
Se volete un'analisi approfondita delle implicazioni e dei mille piani in cui si può studiare un Capolavoro come questo ci possiamo anche provare, ma come al solito non è questa la sede. Qua restiamo sul basilare, su un concetto di Cinema che può essere straordinaria opera d'arte restando anche intrattenimento purissimo, capace di colpire anche lo spettatore meno analitico (spoiler: io) per incollarlo al divano terrorizzato. Due ore che scorrono come due minuti, intense a livello di tensione e di emozione. Perchè la solita cosa che le persone si dimenticano di dire quando parlano dell'horror è che spesso e volentieri offre spunti di riflessione sull'umanità profondissimi, e lo schiaffo di Lambert a Ripley (due personaggi femminili stupendi) ne è la più forte dimostrazione. Indimenticabile.

E, alla fine di tutto, Alien dà una lezione fondamentale: l'importante è salvare il gatto.



Per una recensione ben più approfondita della mia, QUA c'è quella di Exxagon.

sabato 4 febbraio 2017

Non solo horror: Drive

18:49
Il primo film di Refn che ho visto è stato The Neon Demon, che mi aveva fulminata. Se la tirava talmente tanto da farsi un giro intorno, ma a me andava benissimo così, perchè il film era talmente bello che si meritava di tirarsela. Volevo continuare con Valhalla Rising, che sta comodo comodo su Netflix ad aspettarmi. Avevo il tarlo di Drive, però, e se ho un tarlo prima risolvo quello e poi passo oltre.


All'alba della mia seconda visione di Refn posso confermare la mia tesi: non solo fa bene a tirarsela, DEVE tirarsela, perchè lui è un talento grande e noi non siamo nessuno. Siamo piccoli piccoli, umani sconvolti di fronte ad un film che, adesso posso confermarlo con la mia inutile voce, è davvero il Capolavoro che avete detto per tutti questi anni.

Protagonista è Ryan Gosling, e di lui parliamo dopo, che non ha nome. Guida in modo eccezionale ed è completamente privo di paura e spirito di sopravvivenza. Nella sua vita di tutti i giorni usa il suo talento e la sua spregiudicatezza per fare lo stuntman sui set cinematografici, di notte fa da autista per i criminali. Questa routine verrà spazzata dall'ingresso nella sua vita di Irene, la vicina di casa. E niente sarà più lo stesso.

Sì, nel riassumere la trama ho dato volutamente un risvolto romantico, che farà storcere il naso ai puristi dell'azione dura e cruda. Non che loro resterebbero comunque delusi da Drive: è un inarrestabile crescendo verso una violenza inaudita e senza pietà. Ma la cosa che ha lasciato me a fine visione così profondamente provata è che si stia parlando della più genuina e candida storia d'amore che abbia visto in un film di recente. 
Partiamo dal presupposto che io non amo i film d'amore, li trovo generalmente presuntuosissimi quando vogliono elevarsi a grande realtà oppure idiozie totali. Ci sono le ovvie eccezioni e con questo concludo la mia polemica. Drive fa il miracolo: parla d'amore senza parlarne, senza mostrarlo, agendo. Che poi è quello che fa la gente innamorata, no?
Non c'è bisogno di parole, non serve la scena plateale che fa scombussolare l'ormone degli spettatori infoiati, non serve neanche fermarcisi troppo su: un paio di sguardi ben sistemati, una mano sopra l'altra, un sorriso. Noi siamo fregati. Se non ci aveva inchiodato alla sedia il primo inseguimento, quello che è lento e silenzioso e che ha i titoli di testa rosa fluo intorno, allora sarà l'amore a farlo. 
Un film intero, uno straordinario film intero, che si muove perchè la cosa più importante è l'incolumità di una donna appena conosciuta e del suo bambino. Non conta se nel frattempo si rischia la vita, non conta se si ignora la legge, non conta nemmeno (in un momento PAZZESCO PAZZESCO PAZZESCO) se lei perde la buona immagine che aveva, se si uccide metaforicamente ogni possibilità di essere amato da lei uccidendo realmente un'altra persona, non importa più se si è i primi a spaventarla. Lei è salva, ed è quello che conta.
È un amore totalizzante, di una generosità sconvolgente, inarrivabile. 
Il pilota avrebbe potuto farsi quei famigerati cazzacci suoi grazie ai quali pare si campi cent'anni. Ma qualcosa lo aveva reso più umano: il più basilare dei sentimenti. Se all'inizio ci pareva quasi robotico, assente, privo di pensieri, alla fine del film, con quella canzone, lo vediamo più umano di tutti noi.

E qua devo le mie scuse ufficiali a Ryan Gosling. Su Facebook avevo detto che preferivo Reynolds. Qua G. tira fuori una virilità incredibile, rivelandosi stupendo, una bellezza che avevo sottovalutato. Ragazzi, è un figo pazzesco. Ho già usato l'aggettivo pazzesco in questo post? 
Non importa se questa sua espressione rigidissima sia data da scarse capacità recitative (La La Land sembra confermare questa tesi), qua era perfetta e tanto basta. Qualche mezzo sorriso buttato qua e là, tanto per non farci abituare, e poi di nuovo indecifrabile. Mai che si parli di lui, che si sentano i suoi pensieri, che si vedano le sue emozioni. O forse invece sono cristalline, basta solo guardare bene.

Insomma, filmettino da niente, dicevamo.
Ad ergerlo a capolavoro per fortuna c'è Ron Perlman.
#Perlman2020

sabato 14 gennaio 2017

#CiaoNetflix: Indiana Jones e i predatori dell'arca perduta

17:33
Se voglio che Erre mi accompagni al cinema fino all'uscita (credo imminente) di The conjuring 37 devo anche io guardarmi il suo cinema ogni tanto, quindi, complice il sempre amatissimo Netflix, è stata la volta di Indiana Jones. Ho avuto di recente la preoccupazione di doverlo consolare per la dipartita della Sua Principessa, non voglio nemmeno provare ad immaginare il giorno in cui dovrò dirgli che Harrison Ford ci ha lasciati. Capace che si toglie la vita.

Un invito per le donne all'ascolto
Indiana Jones è un archeologo che a tempo perso va in giro per il mondo a recuperare tesori perduti. Per questo motivo viene assoldato dall'intelligence, che gli chiede di recuperare l'Arca dell'Alleanza, che è nel mirino dei nazisti, e niente finisce bene se ci sono di mezzo i nazisti.

Se siete capaci di trovarmi un bambino che da piccolo non voleva fare l'archeologo vi pago una birra. Ma di quelle sottomarca dell'eurospin che sono povera.
È una fase attraverso la quale per qualche motivo siamo passati tutti, c'è qualcosa nello scavare per terra e trovare cocci d'argilla che ci ha affascinati tutti.
Ah, no, che scema. Dei cocci d'argilla non è mai fregato niente a nessuno, noi volevamo scavare e trovare tesori impolverati, volevamo misteri sulle antiche civiltà (preferibilmente gli egizi che erano i preferiti di tutti, anche se la faccenda era geograficamente impossibile), volevamo stare nel fango fino al collo per poi estrarre come per magia il dente di un dinosauro o un antico medaglione dorato che nascondeva una maledizione.
Suona familiare? Perchè a me sembra che Indiana Jones sia esattamente quello che tutti avremmo voluto essere da piccoli. Vai poi tu a spiegare in giro perchè ha fatto soldi a palate, a me pare palese.
Ah, sì, poi c'è anche il fatto che sia un film d'avventura pazzesco, in grado di piacere anche a me, che guardo film in cui i personaggi sono lenti come la quaresima (zombie, fantasmi, villain degli slasher...tutti LENTI). Ho riso come una dannata.
Indiana è uno sbruffoncello pieno di cultura (l'uomo ideale? non mi sento di dissentire), bello da matti, che va in giro per luoghi tropicali a recuperare tesori nascosti e misteriosi, forse un po' paranormali.
Rileggete la frase sopra e ditemi se non è la definizione perfetta del film PER TUTTI.
Bambini avventurosi e bambine altrettanto, persone romantiche e sognanti e gente che ama i cazzotti, ricercatori di violenza, partigiani, amanti del mistero, appassionati dell'ironia intelligente e persone che, molto semplicemente, vogliono un film passatempo che intrattenga davvero. A costo di ripetermi, dirò di nuovo quello che penso di Lucas e che ho già detto parlando di Star Wars: ha capito esattamente cosa vogliamo quando entriamo al cinema, cosa ci serve per ricordarci che va bene fare i radical chic di stoc., io per prima, ma che ogni tanto ci servono le botte da orbi e le grasse risate e i bauli dorati con dentro un gran tesoro. Non solo ci servono, le bramiamo. 
E se bisogna farlo, bisogna farlo bene, quindi ok l'avventura divertente, ma che sia fatta come dio comanda.
Infatti eccoci qua, più di 35 anni dopo.
Funziona.

martedì 25 ottobre 2016

Incontri ravvicinati del terzo tipo

14:53
Me ne frega qualcosa di alieni? No.
Me ne frega qualcosa di Spielberg? No.
Quindi che film guardo?
Incontri ravvicinati del terzo tipo.
Chiaro.

Roy è un elettricista, Jillian la madre di un bambino tra i più belli che io abbia mai visto in un film. Insieme ad altre persone assistono a strani fenomeni in cielo, e capiscono che si tratta di alieni. La loro curiosità non viene affatto soddisfatta dalle autorità,e toccherà a loro andare a fondo.


Io non lo so cosa mi sia venuto in mente, perché se oggi penso a me che guardo un film di millecinquecento ore (va beh, sono due abbondanti, ci siamo capiti) che parla di astronavi con le lucine mi viene da ridere. Non è la mia cup of tea, e capisco che in effetti verrebbe da chiedere quale sia, la mia cup of tea, dato che non mi piace quasi niente.
Come mi era già successo guardando Pacific Rim, però, ho provato ad uscire dalla mia adorata comfort zone, e a buttarmi su qualcosa di fuori dai miei canoni. Come con Pacific Rim, ne è valsa la pena.

La curiosità è una di quelle caratteristiche che mi fa piacere le persone. Figuratevi quindi come mi è piaciuto Ray. Avrebbe potuto archiviare tutti i folli eventi che gli sono capitati sotto l'etichetta 'eh va beh avevo sonno' oppure 'forse dovevo bere un pochino di meno'. E invece no. Lui si è fissato che gli alieni stanno arrivando e ne vuole sapere sempre di più, lui e quella sua esilarante faccia mezza scottata.
Come spesso mi capita, non avevo letto niente al riguardo, volutamente. So di essere molto influenzabile e non volevo essere una di quelle per cui Incontri ravvicinati è bello perché sì. Non sapevo se aspettarmi uno di quei film in cui gli alieni sono brutti e cattivi e ci vogliono morti, e speravo di no perché l'ultima volta che ne ho visto uno è stato quella pagliacciata de Il quarto tipo e non volevo ripetere l'esperienza. Avevo anche paura che fosse uno dei film pieni di buoni sentimenti di SS, che a me in generale non soddisfano e fanno un po' sbuffare.
Effettivamente, è stato questo il caso.
La differenza è stata nel modo in cui ai buoni sentimenti si è arrivati, perché poco prima un bambino era stato rapito e va bene tutto ma di buono non ce n'è nemmeno l'ombra.


Riesco tranquillamente a vedere i bambini degli anni 80 a fremere dall'eccitazione per questo film, e questo non può che essere un complimento. La scena dell'arrivo della nave madre (si dice così? Riccardo invoco il tuo aiuto) è incredibile, da bocca spalancata. E mi immaginavo milioni di bambini così, con le manine incollate allo specchio ad ammirare le luci e l'enormità della nave, e secondo me questo è sinonimo di successo spaventoso. Perché prima è stato brutto, e spaventoso (sappiamo per esperienza che i papà che perdono la testa ci fanno paura), poi però è diventata magia.

Non se se arriverà il giorno in cui film come questo mi faranno gridare al miracolo. L'altro giorno, però, mi sono molto divertita, mi sono lasciata di nuovo andare all'inaspettato e non esiste esperienza migliore.

martedì 18 ottobre 2016

Un lupo mannaro americano a Londra

12:07
Ah, i film iconici.
Tutti li hanno visti, tutti sanno di cosa si tratti, tutti li amano.
Io me la faccio sotto perché generalmente le cose cariche di aspettative mi mettono soggezione. Il mio percorso nel mondo dei film non è per niente lineare, guardo cose senza alcuna logica, nè seguendo il filone del 'questo è storico e va visto per forza', tanto è vero che centinaia di film cult non li ho mai visti e li guardo se e quando mi viene voglia.
Qualche giorno fa me ne è venuta voglia.
Come al solito, poi, mi è venuta voglia di parlarne e di conseguenza ho iniziato a farmela sotto ché parlare di cose Grandi e Importanti sul web spaventa sempre un po'.

Per chi, come me, è caduto ora sulla Terra, ecco chi è il lupo mannaro americano a Londra: è un giovane, capitato nella brughiera inglese per una vacanza con un amico, che ha uno sfortunato incontro con un licantropo. La sfortuna non è tanto quella di averlo incontrato, quanto piuttosto il fatto di essere sopravvissuto all'attacco.


Non ho mai subito in modo particolare il fascino degli uomini lupo, ma c'è un aspetto che li rende sempre molto interessanti: la colpa. I licantropi sono spesso torturati dal proprio 'dono', il senso di colpa è devastante, come se peraltro loro avessero davvero una qualche responsabilità.
Remus Lupin, da sempre uno dei miei personaggi preferiti dell'universo Harry Potter, ha rischiato di perdere l'amore della sua vita, perchè si ostinava a impedire la nascita di una relazione con l'adorata (anche da me) Ninfadora, a causa della sua natura. Come se tentativi di protezione dell'amata servissero a qualcosa. Se ormai ti amo sono già fregata, bello, ti conviene rassegnarti.
(Sì, la maggior parte dei miei riferimenti sono sempre ad Harry Potter. Confido che ci siate abituati.)
E così il povero David, come se tutta la vicenda fosse stata per lui una passeggiata, si ritrova in uno squallido cinema a luci rosse, circondato dalle anime di chi aveva perso la vita per mano sua. Tremendo. Non stupisce che poi si lanci a Piccadilly Circus disperato, cercando di porre rimedio all'irrimediabile.

Onestamente, non credevo che il film di Landis mi sarebbe piaciuto, un po' per disinteresse generale verso il tema, un po' perché non mi aveva mai ispirato particolarmente. È stato piacevole, per l'ennesima volta, essere smentita. Il film è di una leggerezza completamente inaspettata, per me che non ne avevo mai nemmeno letto un post a riguardo, o un articolo, e riesce con una grazia piacevolissima a passare da momenti davvero divertenti (senza pai passare per quel passaggio sgradevole in cui percepisci che si stanno tutti sforzando un casino di farti ridere) a momenti di reale sgomento. So che tutti amano la scena della metropolitana (adesso i post a riguardo li ho letti), ma a me sono state le visioni in ospedale a colpire di più, insieme alle varie comparsate del compianto Jack, di volta in volta più malmesso. Vedere l'amico perduto, con le sue nefaste profezie, non è stato proprio esattamente piacevole.


Come al solito, il cinema mi insegna che mettere da parte il mio snobismo non può che essere una buona idea. Aprire la mente all'inaspettato riesce ad essere una sorpresa continua. Non dico che da oggi il lupo mannaro americano sarà uno dei preferiti, non è così nonostante ne riconosca l'indubbia importanza, ma la simpatia che mi ha fatto è stata piacevolissima.


NB per il mio amicone Alessandro: Doc, sono QUESTI i lupi mannari che devi guardare! <3


mercoledì 31 agosto 2016

Hellraiser

14:31
Leggo libri con la stessa velocità con cui riesco a mangiare un etto e mezzo di patatine alla paprika (e ci riesco molto molto velocemente), eppure Barker è sempre stato fuori dai miei programmi. È nelle mie cartelle sul pc (io leggo in digitale), ma il nostro incontro non è ancora avvenuto. La visione di Hellraiser è stata quindi improvvisata e priva di preparazione.

La smaniosa ricerca del piacere porta Frank a giocare con un simpatico attrezzo (che a me ha ricordato il marchingegno di Cronos), e, sempre se abbiamo visto Cronos, sappiamo che giocare con i simpatici attrezzi ha delle conseguenze che raramente sono positive. Finisce sempre di smettere di essere umani e poi c'è bisogno di aiuto della gente per tornare in forze, e nessuno è contento.


A costo di ripetermi, devo parlare del fatto che scrivere di film così famosi diventa complicato, perché il web pullula di recensioni e opinioni e post sul tema, ma vi stupirò con mirabolanti effetti speciali dicendovi che a me non è che Hellraiser sia proprio piaciutissimo.
Spiegamoci.

Per spiegarci servono SPOILER.
Il film si apre con Frank che fa una cosa stupida (giocare col simpatico attrezzo), e prosegue con famigliola che trasloca, dove con famigliola intendo marito e moglie, dove con moglie intendo stronza maledetta.
(Sono molto bigotta verso il tema corna, stateci)
Non abbiamo grande tempo per empatizzare con la coppia, perché li conosciamo da una manciata di minuti e già vediamo che la moglie si fa il cognato. Brava, Julia, brava. Lo conosce, finiscono a letto, nessuno che valuta l'ipotesi si interrompere il matrimonio per vivere la relazione alla luce del sole, no, due conigli. Frank si rivela da subito un detestabile arrogante, incapace di pensare ad altro che a se stesso. Il suo ritorno, che avviene indirettamente grazie al fratello (oltre il danno la beffa), non può essere completo fino a che il suo corpo non tornerà ad avere sembianze umane, e questo può avvenire soltanto con dei contributi di sangue. Chi lo potrà mai aiutare? Chi, se non quel pagliaccio di Julia?
Sia chiaro, lungi da me mettere in discussione le relazioni altrui, so bene quanto un amore malato ti vincoli a sè facendoti fare quello che più gli aggrada.
Ma noi, di questo amore, cosa abbiamo visto? Uno sguardo di troppo, un paio di scene di sesso, poi di colpo Frank è diventato uno scheletro sanguinante e lei, senza fare la minima piega (sia mai che interviene un minimo di morale), raccatta uomini al bar e si trasforma in omicida. Da un horror non sempre mi aspetto grandissimo approfondimento psicologico, e non me lo aspettavo qui, ma mi è parso tutto molto rapido e forse anche un po' approssimativo.
Per finire, non ho amato nemmeno il finale. Se tu, Cenobita, mi dici che una volta avuto Frank io sarei stata libera, allora mi lasci libera per piacere. Altrimenti c'è qualcosa che non quaglia.


Del resto, tutto quello che non è stato speso in psicanalisi delle situazioni e dei personaggi è stato senza dubbio investito in sangue e make up e gore. Pochi soldi ma di sicuro ben spesi, per me è stato un buon lavoro. E sì, ammetterò anche che i Cenobiti, con tutti quei colori freddi intorno ai loro testoni, hanno esercitato su di me un discreto fascino. Niente a che vedere con l'angoscia che mi causa Michael Myers, ormai lo sapete, e di sicuro non hanno nemmeno un quarto della simpatia di Freddy, ma si difendono bene. Forse nella mia personalissima scala vengono prima anche di quel Jason a cui per ora non voglio benissimo. (Jason, non Pamela, ché a lei sono affezionata!)

Guardatelo, per carità, ché la cultura ci vuole e perché penso di essere una delle tre persone al mondo a cui non ha convinto del tutto, però poi non venite qua, carichi delle vostre aspettative deluse sottobraccio a dirmi che non ve l'avevo detto.
Poi qualche giorno leggo il racconto e torno qua ad aggiornarvi.

lunedì 22 agosto 2016

Di case, motoseghe e libri dei morti

16:47
Ero qui, appollaiata nel mio sconforto, senza la voglia di aprire Blogger perché non avevo niente da farci. Contemporaneamente, una serie di fortunati eventi porta me ed R ad avere molto tempo libero da spendere a non fare altro che guardare film, su film, su film.
Risultato: maratona Evil Dead, film e serie.
Risultato #2: post.

Che La casa sia uno dei film pilastro della mi vita ormai lo sapete. Tutto quel sangue mi aveva fatto venir voglia di aprire un blog che avesse quantomeno lo stesso colore. A volte lo vorrei più minimal o professionale, ma poi mi ricordo che quei 3 pirla là, quelli grazie ai quali ci siamo tutti ricordati che fare film può anche divertire un casino, avevano fatto colare del sangue sull'obiettivo della macchina da presa, sento di volerli continuare ad omaggiare così.


Non che in La casa ci sia alcunché di divertente, anzi. Ci sono morti, posseduti, violenza, sangue come se piovesse (e pioverà, nel remake di Alvarez). Però piano coi giudizi: ok che ci sono i demoni e la gente indemoniata, ma mica siamo Friedkin noi. Niente metafore, niente profondità di intenti, niente studi sull'anima e la religiosità e la vita degli adolescenti che entrano nella pubertà. Questi qua hanno solo voluto farci una paura incredibile e ciao, tante grazie. Ed è facile oggi, quando vediamo un film a scelta dalla saga di Saw e vediamo i tendini fatti al pc, dire che un film degli anni 80 non fa nè paura nè impressione, ché tanto siamo abituati meglio. Questi avevano meno di 30 anni, poco più di una quindicina di dollari e hanno creato una casa dalla quale trent'anni dopo ancora non vogliamo uscire, e paghiamo pure, per restarci, investendo in una nuova serie tv, dei vostri occhietti abituati agli effettacci francamente ci importa molto meno di un bel cazzo di niente.
Perché La casa, il primo, paura la fa. E diventa così popolare, così importante e così amato perché la passione trasuda insieme alle gocce di sangue. I tre pirla di cui sopra, dove con tre intendo Raimi Campbell e Tapert, pirla non lo erano per niente. Io me li immagino dei cazzoni incredibili, o forse è il mio cuore che li vorrebbe così, ma non erano stupidi per niente. Mi piace immaginarli seduti nell'altalena sotto il portico, con una cannetta, a cercare di capire come realizzare quella scena che hanno chiaramente in mente pur non avendo un centesimo, pieni di entusiasmo e poco altro, perché è solo quella voglia lì che ti fa alzare le chiappe per fare qualcosa.




La casa funziona, e quindi ci meritiamo un sequel. LORO si sono meritati il sequel, con più soldi e possibilità, ma con gli stessi cervelli cazzoni da soddisfare. Risultato: un film che sembra quasi un remake benestante. Sembra, dico bene. Perché per quanto la trama sia imbarazzantemente simile, qua succede una cosa diversa: si ride. Ma intendo che si ride davvero. I tre non si sono dimenticati certo che sognavano un horror, e quindi si danza di nuovo tra sangue e frattaglie, Qua ci si amputa la mano, non so se mi spiego. L'epicità è a livelli importanti, quando si passa davanti a La casa 2 ci si deve togliere il cappello in segno di rispetto.
Bruce smette di essere il tenero Ashley, fidanzatino devoto e amico leale, per trasformarsi in Ash, quello che è chiaramente il preferito di tutti.
La trasformazione è definitiva in L'armata delle tenebre, l'opera in cui la serietà e la volontà di terrore del primo sono ufficialmente mandate in vacca. Ora, per parlarci chiaro: non mi fa impazzire questo terzo episodio. Quell'aria da cult indimenticabile mi piace anche, ma ho riso meno di quanto avrei voluto. Certo, farmi paura è molto più facile che farmi ridere, e le commedie in generale non mi piacciono. Se voglio una horror comedy vado da Simon Pegg e passa la paura. Mi dispiace, non volevo sminuire il film importante e famoso, è solo che mi è piaciuto meno degli altri.

Questo faceva prevedere brutte cose verso la serie.
E invece, Djesoo, che roba incredibile. Già dal trailer subodoravo lo splendore, ma poi entrarci è stato un viaggio magnifico.
Primo episodio: il ritorno di Ash. Ce lo ricordavamo sbruffoncello, morto di patata e portatore sano di arroganza. Si conferma tale, al cubo. Se questo non fosse sufficiente a far riaffiorare in noi le farfalle nello stomaco, ecco che un nuovo elemento si aggiunge alla lista di cose che rendono Ash l'ideale compagno di birre: una brutale e straordinaria autoironia.
Nella serie Ash indossa la pancera, porta una dentiera, presumibilmente quei capelli sono pure tinti, sfrutta la disabilità per farsi donne banalmente nei locali, non prende sul serio nemmeno la morte. È una goduria per gli occhi. Ma non posso fermarmi qui, perché se il trio lescano non si è dato una regolata non vedo perché dovrei io.
Se il ritorno di Ash non vi fosse sufficiente, se Ash invecchiato - ma ugualmente cazzone - non bastasse a soddisfare la vostra impellente necessità di epicità, ecco che arrivano le novità tecnologiche: il fucile, quel boomstick che ha del mitologico, spunta volante dal pavimento della roulotte premendo un pulsante e la mano di legno viene sostituita da una robotica che sfrutta sempre adeguatamente la sua capacità di alzare il dito medio. La motosega non è stata certo dimenticata, solo che stavolta, almeno una volta per episodio, viene infilata sul moncherino al volo, possibilmente al rallenty.

È la fiera del TROPPO, ma è un troppo di quelli gustosissimi, di quelli con sangue che continua a scorrere a fiumi e la voglia di non smettere mai. Nemmeno quando Ash si rivela più umano del previsto, con i suoi nuovi bizzarri amici (per una volta non è solo!), nemmeno quando, in uno straripare di old feels, torniamo nella Casa, proprio lei (va beh, non lei lei, ma è lei, no?), con la sua altalena che sbatte e i boschi molesti.


Mi sono sempre immaginata seduta in un bar con loro tre, a sentirmi raccontare la stessa vecchia storia di come sia stato Sam a distruggere la caviglia di Bruce investendolo in bici, come una nipote che amorevole ascolta i nonni ripercorrere con nostalgia gli anni della gioventù.
La mia, di gioventù, è stata bella anche grazie a loro.

domenica 12 giugno 2016

Venerdì 13 (1980)

17:00
L'altro giorno il direttore della mia banca mi ha detto che scambierebbe volentieri la sua polizza assicurativa vantaggiosa con la mia giovane età.
La sfiga di avere pochi anni comporta, oltre al pagare millemila milioni per assicurare un'auto, il ritrovarsi tra i piedi certi personaggi, senza avere la più pallida idea di come ci siano finiti.
Quando sono nata Jason già era morto un bel po' di volte. Eppure era sempre lì, nella mente e nell'immaginario di tutti, saltellano sulle colline a braccetto con l'altro losco individuo, quel Freddy Krueger che secondo me avrà film dedicati fino alla fine del mondo come lo conosciamo.
Per qualche motivo, che qualcuno più esperto di me vi saprà senza dubbio spiegare meglio, questi signori hanno smesso di essere solo personaggi fittizi, sono diventati parte della cultura popolare al punto da essere incredibilmente noti anche a chi per l'horror non bazzichi per niente, anche a chi i film originali non li ha mai visti.
E io, Venerdì 13, non l'avevo mai visto.
Ricordo spezzoni di sequel visti negli anni, ma Lui, quello capostipite, mi mancava.


Visto con gli occhi di chi è cresciuto con le sue conseguenze, Venerdì 13 è solo una delle tante storie horror piene di quei perculatissimi luoghi comuni che tanto ci piacciono: gruppo di ragazzi di cui non sappiamo niente, assassino che li decima, luogo di vacanza sperduto nei boschi, la final girl che è l'unica in tutto il film che non è riuscita a farsi il moroso. . .
Stavolta siamo a Camp Crystal Lake, l'assassino è il celeberrimo Jason con la maschera da hockey (se non altro, crediamo sia lui per la sua notorietà, la prima sorpresa di questa visione è che lui manca completamente dal primo capitolo). la final girl è Alice. Poco altro vi importa sapere, se fate parte di quella schiera di giovanissimi che hanno questa lacuna. Unitevi a me, giovani spavaldi, che parliamo di roba seria.
Quello che vi succederà ad un certo punto durante la visione è una gloriosa epifania, un sonoro 'AAAAAAAAAAHHHHHHH!' che rimbomba in quel contenitore vuoto che ci piace chiamare cervello. È il momento in cui capiamo insieme che tutto è iniziato qui.
Che prima di questo filmettino (che se proprio dobbiamo riassumerne un'opinione non è che mi abbia proprio fatto impazzire) la gente non guardava a questi elementi comuni del cinema come li guardiamo noi oggi.  Per noi sono quasi superati. Li conosciamo bene, li prendiamo in giro anche se di cinema ne sappiamo poco, ma ogni tanto ci dimentichiamo che la storia non è iniziata con noi. E che se noi, oggi, facciamo a gara al cinema per vedere chi resiste di più in un torture porn qualsiasi è perché qualcuno, 30 anni fa, prendeva a mazzettate negli occhi gli adolescenti sporcaccioni e faceva inorridire i benpensanti. È bello vedere la nascita, la storia, anche quando è un film abbastanza noioso, ve lo garantisco. Anche se Jason non è simpatico quanto Freddy, o inquietante quanto Michael.

È un po' come andare al museo egizio: andare a quello archeologico richiede più passione e più conoscenza per far sì che apprezziamo la gita, esattamente come vedere i film vecchiiiiiissimi richiede uno sforzo in più. Col tempo poi si va che è un piacere, ma ci vuole pazienza. Quello egizio, invece, è una figata: è colorato, chiassoso, esoso con tutte le statuone imponenti e le maledizioni dei faraoni, però ti insegna la storia comunque. È più vicino a noi in modo che possiamo sentirlo in modo più empatico, ma abbastanza lontano da farci trattenere il fiato quando vediamo che gli egizi già avevano le infradito.
Non so se mi sono ingarbugliata o se questo paragone abbia senso, nella mia testa giuro che ce l'ha.


Come al solito, parlare di qualcosa di così storicamente importante diventa complicato in un blog come il mio dove non si vuole parlare di tecnica e storia e influenze (per quello è sufficiente Google, o magari qualche sito migliore), soprattutto quando queste si rivelano più interessanti del film stesso.
Mettiamola così: Jason fa ancora parte, 30 anni abbondanti dopo, di quel giardino di personaggi che stanno nel cuore di tanti, quella maschera lì è ancora troppo presente perché possiamo passargli oltre e ignorarla.
Onorare i genitori del cinema che oggi andiamo a vedere in sala, quarto comandamento.

mercoledì 8 giugno 2016

#CiaoNetflix: The Breakfast Club

20:52
Negli ultimi giorni una serie di sfortunati eventi mi ha portato a pensare con più frequenza di quanta mi piaccia alla mia adolescenza. Non ci penso mai, cerco di archiviarla nei lati oscuri della memoria sperando che se ne vada nel luogo in cui vanno le cose che scordo quando vado a fare la spesa.
Invece no, è una maledetta angoscia costante da cui alla soglia (si fa per dire) dei 26 ancora non mi sono liberata. La analizzo, la viviseziono, cercando di capire da quali strabenedetti problemi fossi afflitta, ma ancora la risposta la saluto da lontano.
Allora ho guardato The breakfast club, sperando che i giovani anni 80 fossero più svegli di quelli della decade successiva.
Non è così.
Deficienti sempre.

I cinque adolescenti che conosciamo ricoprono talmente bene i ruoli convenzionali che sarebbero stati benissimo in uno slasher: l'atleta, la più popolare della scuola, la disagiata, il secchione e il bullo/criminale. Si ritrovano insieme a scuola il sabato perché sono tutti in punizione, per motivi diversi. Hanno il compito di scrivere un tema con un argomento un po' del cavolo, qualcosa del tipo chi ti credi di essere?
Non lo sanno gli adulti, saggi e formati, figuriamoci quanto un quindicenne possa rispondere a una domanda del genere.
Loro ci si avvicinano, alla risposta. Non per iscritto, ma ci si avvicinano.


DA QUI SPOILER PER TUTTI QUELLI NATI DOPO IL 1990 CHE STO FILM NON L'HANNO VISTO

Quando è comparso John Bender l'ho odiato. Sbruffoncello del cavolo tieni le manacce maledette a casa tua e smettile di spostare tutte le cose perché ti picchio con un libro grosso. Ti picchio. Con un libro. Grosso.
Poi succede che, con il suo modo, racconta agli altri di quanto la sua famiglia faccia schifo. Ed è vero, fa schifo. A 16, 17 anni la vita brutta così non la devi vedere, non è giusto. Succede, ma non è giusto. Nonostante questo, l'ho odiato ancora per un po'.
Ah sì, John? Hai la brutta vita? E in quale parte del tuo cervello sta scritto che questo ti dà il diritto di rompere i coglioni agli altri? Perché non è così.
Mi sono tanto arrabbiata con lui, per aver usato la sua tragica situazione come scudo per tutelarsi del fatto di essere uno stronzetto come migliaia di altri.
Poi l'ho rivalutato un po'. Perché, mi sono chiesta, se lui non ha il diritto di comportarsi come vuole, perché io ho il diritto di giudicarlo? Un pochino a dire la verità ce l'ho, perché comprendo cose che non vorrei comprendere, ma ho pensato, a fine film, che nel mio giudizio mi sono comportata esattamente come il professore. Anche io, come lui, ho dato una mia opinione su un ragazzo e me la sono tenuta, anche quando lui mi ha mostrato la sua debolezza, le sue umane fragilità.
Ho avuto un'opinione su tutti, a dire la verità. Ho visto Allison e ho pensato che fosse pazza. Ho visto Brian e ho immaginato subito che fosse nel club di fisica.
Su quelli belli, popolari ed atletici, però, mica me la sono fatta, l'opinione. Li ho accettati come tali.
Da adolescente, poi, li avrei guardati rosicando selvaggiamente.
Quindi, se Bender non ha il diritto di comportarsi come più gli aggrada, a me quello di giudicare chi l'ha dato?

Perché quando avevo l'età dei protagonisti di The breakfast club (cioè tipo l'altro ieri) facevo la stessa cosa che credevo gli altri facessero nei miei confronti: giudicavo. (Come avete visto, lo faccio ancora.)
Giudicavo ma tremavo al pensiero di essere giudicata, e questo creava in me (e suppongo anche in tutti i giovani dell'universo) un circolo vizioso capace di creare solo quello che i ragazzi del film denunciano come un problema che li accomuna: la pressione.
Devo essere bravo, altrimenti . . .
Devo essere intelligente, altrimenti . . .
Non devo essere vergine, altrimenti . . .
Altrimenti che? Non sarebbe morto nessuno, se Brian non avesse recuperato il brutto voto, ma Brian non lo sapeva, e quindi voleva essere lui, quello a morire. Perché gli era venuta meno l'unica certezza che aveva, il suo cervello.
Se non ho questo cos'ho?
Se non sono il più vincente della squadra, chi sono?
Se non mi amano i miei genitori, chi lo farà?

Ognuno di loro, ognuno di noi, ha avuto (e forse ha ancora) un bisogno viscerale di un'identificazione, che ci aiuti a costruire quello che siamo, o quello che vorremmo essere. Che ci faccia sentire al sicuro quando sentiamo tutto il resto vacillare.


Chissà se il Breakfast club si è più riunito, dopo quel sabato. Probabilmente sono tornati quelli di prima, ognuno con le proprie radicate certezze a tenerli in piedi.
Oppure no, amiconi.
Oppure ancora, una via di mezzo. Ognuno per la sua strada, con gli amici di sempre e la maschera protettiva sul volto di sempre. Ma con una consapevolezza in più, quella di essere molto più di quello che serve mostrare.
Beati loro, che si sono incontrati e si sono aiutati.
Beati noi, che con un film abbiamo riabbracciato per un po' quello che eravamo, forse facendo un passo in più verso quella distaccata tenerezza che serve per guardare al nostro passato smettendo, per una volta, di giudicarci.
Volendoci un po' più bene.





giovedì 11 febbraio 2016

Nosferatu

14:21
Ieri sera, per la prima volta in 25 anni, ho visto un film muto.
L'ho visto in quello che considero il cinema più bello e adorabile dell'universo, per di più.

Non penserete mica che io sia qui a recensire un film del 22, vero?
Non che non lo pensate, non siete mica scemy.


Però due chiacchiere si fanno sempre volentieri, se sono sul cinema ancora meglio.

Fino a qualche tempo fa a me del lato storico e tecnico del cinema interessava quanto mi interessa la politica dell'Islanda. Meno di niente, l'Islanda non è neanche nell'Unione Europea.
Superficialità? Ignoranza? Entrambe.
Volevo andare al cinema e farmela sotto. Oppure emozionarmi, oppure divertirmi (questo meno). Oppure tutto insieme.
Poi è successo, un giorno, che mi sono messa a rosicare perché gli altri sapevano le cose. Capivano le citazioni, i riferimenti, riuscivano a stendere con cognizione di causa una 'poetica' degli autori. E io leggevo i loro post (gli altri generico, chiaramente) e mi sentivo piccola piccola.
Mi ci sento ancora, btw.

Il punto è, e qui so che vorrete dire 'bencaduta dal pero' ma vi prego di trattenervi, queste persone mica sono nate imparate (dai che è dialettale, passatemelo).
Per imparare le cose bisogna studiare, pensate un po'. Leggere, prepararsi, informarsi.
E guardare sempre più film, compresi quelli che si sono sempre ignorati. Sempre per il discorso che la conoscenza non ci entra nel cervello per conto suo. Ce la dobbiamo mettere noi, altrimenti lei se ne sta comoda comoda, stampata sui libri, a riposare.

Per questo motivo ieri sera sono andata a vedere Nosferatu in sala.
Per questo e perché le iniziative intelligenti e stimolanti dei piccoli cinema vanno sostenute, la guerra ai multisala è ancora lunga.
Il 4 maggio, infatti, aspettatevi di leggere qualcosa su Caligari, perché al Filo ci torno.


Certa che sarebbe stato impegnativo da parecchi punti di vista, io, nannimorettiana fino alla morte, amo le parole (motivo per cui, unica cosa che dirò sul film, ho voluto un gran bene agli Odiosi Logorroicissimi Otto), e sono figlia della mia epoca. Nessuno chiederebbe alla mia epoca se sono stata adottata come invece succedeva con la mia madre naturale. Si vede chiaro due chilometri che sono proprio figliola di questo secolo.
Quindi, è stato difficile?
Molto, al punto da rendermi difficile il considerare Nosferatu un film. È stato complesso per me guardarlo ascoltando solo musica, fermandomi a leggere frasi qua e là, è stato strambo approcciarmi per la prima volta alla recitazione così sopra le righe. Ciò su cui si è concentrata la mia attenzione, però, è l'uso dei colori. Filtri (sarà poi corretto dire 'filtri'?) forti, colori che riempiono la scena e lo schermo. Un uso completamente diverso rispetto a quello a cui sono abituata, che però è stato interessante osservare.

Ho immaginato una me stessa degli anni 20. Mi sono immaginata al cinema a vedere un film su un vampiro per la prima volta. Ho guardato la sinistra figura di Schreck avvicinarsi lentamente alle porte, salire le scale, o semplicemente accogliere nel castello il povero Hutter (personaggio dall'entusiamo gilderoyallockiano, se me lo concedete), e sì, me la sarei fatta sotto.

Un'esperienza.
Un primo passo verso quello che voglio costruire, non tanto per il blog quanto piuttosto per mia volontà di completezza. E per sincera passione per qualcosa che finora avevo considerato solo ad un livello più comodo.

Ma tranquilli, il momento in cui su questo blog si inizierà a parlare di espressionismo tedesco è ancora moooolto lontano.

lunedì 21 dicembre 2015

Non solo horror: Star Wars - Il risveglio della Forza

14:22

Caro R,
di nuovo Star Wars e quindi di nuovo tu. Facciamo che l'altra volta non è mai esistita, eh? Che io La minaccia fantasma non l'ho mai visto.
Ti ho regalato i biglietti, prenotati con largo anticipo, nonostante io sia completamente estranea alla fandom (che parola da bimbaminchia oh), nonostante ti prenda sempre in giro, perché poche altre volte ti ho visto così impaziente nell'attesa di qualcosa. Così entusiasta, così coinvolto. Penso di averti reso così felice poche altre volte in questi quattro anni. Ti ho invidiato anche un po', per questo tuo essere parte di questa planetaria famiglia di persone felici, in fremente attesa di quella che è una cosa solo apparentemente piccola, un film. Mai che mi sia lamentata della devastante campagna online, dell'esplosione delle guerre stellari dell'ultimo periodo, perché per me eravate bellissimi. Adoro gli esseri umani quando sono legati da una passione così forte. So che il motivo per cui comprendi come mai amo così tanto questo blog e quello che ci faccio dentro è perché anche tu hai una passione così.

È stato bellissimo sentirti raccontare l'Episodio IV alla tua morosa ignorante, è stato coinvolgente e vederti così eccitato, gioioso, è stato stupefacente come vedere un bambino per la prima volta davanti ai fuochi d'artificio. Se possibile ai miei occhi eri ancora più bello.
Ero preparata a dormire, però, e io dormo SEMPRE in sala, lo sai bene. Due ore e passa di roba fantasy con i robot pronte a spedirmi tra le braccia del mio nemico di sempre, Morfeo. 
Alla faccia delle migliori delle aspettative, sono stata sveglia. 

Sono tanto sorpresa quanto lo sei tu, che il giorno dopo hai raccontato a tutti traboccante di gioia che 'Star Wars è piaciuto anche alla Mari!!'. Eppure mi è piaciuto davvero. 
Leggo online cose estreme, sto film è osannato (lo vuoi leggere o no questo post del Doc Manhattan che te l'ho già detto mille volte?) oppure screditato e liquidato con due paroline buttate lì tipo 'Fa cagare', cosa che mi sta sulle balle a prescindere.
Chiaramente il mio giudizio è filtrato sulla base del fatto che non ho colto mezzo riferimento manco a domandarlo per piacere, fattelo bastare com'è.

Nonostante la mia estraneità ai personaggi l'aria di 'ritorno in famiglia' mi è stata chiarissima, tanto da fare sentire un po' l'emozione di rivedere certi volti anche a me che non sapevo nemmeno a chi appartenessero, a parte Harrison Ford che però io associo solo al nome Harrison Ford. Sono i dettagli che fanno la differenza, e la scelta di far dire proprio quel 'Siamo a casa' che si sente anche nel trailer, oppure quella di mettere in stand-by un droide perché manca il suo 'compagno' (come si dice? che relazione c'è tra i due? aiutami dai), sono state adorabili ma mai cheesy. 
Ho avuto la sensazione che ci sia un'aria di tolleranza che noi ci sogniamo, nel mondo che tanto ami. Persone di pianeti diversi, di razze diverse, amiche come se fossero identici, legate da un rapporto tale che supera le apparenti problematiche comunicative. Noi facciamo fatica a sopportare gente come noi, questi comunicano con uno alto due metri e venti abbondanti come se fosse uno di loro. Visi deformi, pelosi, troppe troppe zampe, ma tutti uguali. L'unica cosa che li distingue è il loro appartenere al Bene o al Male, ovvero quello che possono scegliere. Mi pare che la sola cosa veramente fantascientifica di sto film sia questo.
La scelta è un bel temone del film,o così mi è parso. Ha fatto una scelta Finn (e però a quelli là del Primo Ordine sta di un bene che mi ridono persino le chiappe, perché se lavori con gli esseri umani questo è quello che ti può succedere, non importa quanto bene li addestri. Abbiamo capacità di pensiero, abbiamo quella cosa che ai cristiani piace chiamare libero arbitrio. Vi tenevate i cloni e poche balle), ma l'ha fatta anche Kylo Ren. Entrambi sono stati torturati dal cervello fino a che hanno preso una posizione, è quello che succede anche a noi, eh. Le cose ti girano in testa, e ballano e ballano e ballano fino a che non le blocchi. E le blocchi agendo.
Agiscono entrambi, portandosi appresso le conseguenze. 
Ho temuto un po' per te e la tua emotività, ma hai conservato la tua preziosissima dignità, sono molto fiera. 

Vorrei dirti che anche le scene d'azione mi hanno tanto appassionato, che mi sono sentita fomentatissima e che domani inizio anche io l'addestramento da giovane padawan, ma conosci troppo bene la tua polla, di quelle cose lì non me ne frega niente. Per me spade, navi, armature, zero proprio, non noto la differenza tra una cosa e l'altra e per il momento mi va bene così.
Mi importa quanto mi sono divertita, quanto il ritmo sia stato (incredibilmente) in grado di tenermi sveglia sebbene fossi reduce da diversi turni di mattina al lavoro, quanto mi sono emozionata nonostante arrivassi al cinema conoscendo già la fine del film. 
È per questo che nessuna recensione negativa avrà mai presa su di me: mi ha intrattenuto quando credevo avrei odiato ogni fotogramma, e questo nessuna critica oggettiva e ben argomentata può togliermelo.
Non solo è stato un bellissimo modo di trascorrere una serata con te, questo Star Wars ha fatto anche una cosa che ha dell'utopico: mi ha fatto venir voglia di guardare subito sto benedetto Una nuova speranza. 
Tu porta il film, io faccio i muffin.



martedì 24 novembre 2015

PPPasolini day: Salò o le 120 giornate di Sodoma

08:32

Fino a poco tempo fa, se qualcuno mi avesse sfidato a guardare Salò gli avrei risposto, citando Veronica Mars, indossando un rossetto fatto con il mio dito medio.


Poi un giorno Alessandra (DIrector's cult, qui), anche in seguito a quella polemica lì di cui però qui non si parla, ha detto che, insomma, prima o poi lo si doveva fare un giorno dedicato al Pasolini. Prima o poi significa oggi. Le mie dita non mi hanno lasciato tempo per pensare e hanno scritto, sborone, 'Io faccio Salò!'.
Le mie dita sono state severamente punite.

Sottolineo con forza la mia assoluta assenza di pretesa di recensire una cosa del genere. Non ne ho le competenze e non so quante persone al mondo effettivamente le abbiano. Chi sicuramente le aveva oggi non è qui a parlarne, per cui ci arrangiamo. Qui oggi si parla di sensazioni, più o meno a caldo.
Altra premessa dovuta: non si parlerà di Pasolini, paradossalmente. Non lo conosco se non di fama, questa è la prima volta che incontro qualcosa di suo, pertanto ogni frase che scriverò e che conterrà il suo nome sarà da riferirsi solo ed esclusivamente a Salò. (Sì, ho accettato di partecipare al day proprio per iniziare a conoscerlo.)

La trama la conoscete: nell'Italia fascista quattro signori, rappresentanti di quattro forti poteri (il Presidente, l'Eccellenza, il Duca e il Monsignore) si rintanano in una villa, opportunamente isolata, in compagnia di diversi giovani. In questa villa daranno sfogo alle loro perversioni, che non sono poche.

Vi dico immediatamente la mia opinione flash così chi non è interessato agli sproloqui può fermarsi qui: non fa per me.



E adesso, con calma, argomentiamo.

Non conoscendo, mi ripeto, Pasolini, non ho idea di quali potessero essere i suoi obiettivi, con Salò. Se voleva spingere alla riflessione, con me ci è sicuramente riuscito, ma forse non nel modo più scontato. È da quando ho finito la visione che ci penso, ma non rifletto sui contenuti del film quanto piuttosto SUL film. Cerco di spiegarmi.
Io sono una di quelle per cui l'umanità è composta per la maggiore da deficienti. Non pensiate che li guardo con superiorità, io sono una di loro. Per questo motivo ho sempre pensato che per aprire certi occhi troppo chiusi e certe menti troppo ottuse ci volesse la forza. Immagini shockanti. parole intense, contenuti impegnativi. (Dando per scontato il rispetto, chiaramente: non credo che si debba mostrare il corpo di un bambino morto in spiaggia per parlare della situazione dei profughi siriani, per me è stato shockante quell'articolo che mostrava i contenuti delle loro borse, per esempio. Il bambino che alza le mani terrorizzato di fronte ad una macchina fotografica per me è un'immagine sconvolgente. Parlo di cose di questo tipo.). Per questo tutto credevo tranne che sarei finita a fare la moralista. Perché, spoiler, è quello che sto per fare.
Conscia di questa mia opinione credevo che la potenza delle immagini di Salò mi sarebbe stata indifferente a fronte del messaggio che tramite esse si andava a lanciare. Non è stato così. Ovviamente è un film difficilissimo da guardare, anche per gli occhi più consumati dall'orrore, ma non è quello. Il problema per me è stato questo: con queste immagini prepotenti e crudeli si è andati ad affrontare temi fondamentali. Il problema è che in me non sono nate riflessioni nuove rispetto a quelle che ho sempre fatto rispetto, appunto, ai temi in questione. Non so se mi sto spiegando bene per cui faccio un esempio: uno dei temi portanti è il potere, no? Il potere e le conseguenze che ha sulle persone (sia su coloro che lo portano sia su coloro che ne sono vittime) mi hanno sempre fatto paura. L'autorità mi mette in soggezione da che ho memoria, da piccolina odiavo tutti gli uomini adulti tranne Patrick Swayze. Scappavo anche dal mio vicino di casa, e garantisco che non è colpa di alcun trauma, era proprio una brava persona. Non è che Salò mi abbia aperto gli occhi, ha solo dato un'ulteriore conferma a quelli che già erano i miei pensieri. Allora quello che mi chiedo è: mi è servito a qualcosa, vedere stupri, cene aberranti, torture, persone trasformate in pezzi di carne? Credo di no. Ma qui spunta un'altra riflessione. Una mente filofascista, una mente che magari alla questione dell'abuso di potere non ha mai pensato, può avere tratto giovamento da una visione così? Può essere stata per qualcuno una pellicola pedagogica? Qualcuno con il paraocchi, qualcuno che per natura è poco portato al pensiero più astratto, qualcuno che si è avvicinato alla pellicola sperando di vedere tante donnine nude, può avere tratto dei benefici da un film simile? Badate bene che non sono domande sarcastiche, sono riflessioni che condivido con voi. Può effettivamente essere stato il punto di svolta all'interno del cervello di qualcuno?
E se non lo è stato, la colpa a chi è da attribuirsi? A chi non l'ha saputo capire, o a Pasolini, che ha usato un linguaggio che non è fruibile ai più?

Perché quando sei un personaggio così popolare e fai un film, sai che avrà attenzione massima, e che quindi lo guarderà un buon numero di persone. Oggi meno: la sua fama lo precede, e chi si approccia alla visione sa esattamente a cosa andrà incontro. Ma chi invece non se ne rende conto? Chi sperava nel filmettino soft porn? Perché tra tutte le critiche che si leggono raga, quella sulla pornografia non sta proprio in piedi, come sottolinea giustamente Exxagon, perché se riuscite ad eccitarvi con una cosa del genere vuol dire che state male tanto quanto i signori. C'è tanto sesso, sì. Ed è ripugnante, nella sua forma peggiore. Quasi più del sesso in sè, però, a disturbarmi sono stati i baci. Ripetuti e disgustosi baci strappati a quei giovani resi corpi senz'anima; credo mi disturberanno il sonno per un bel po'.


Ogni cosa di questo film è volta ad angosciare chi lo guarda, c'è una cura per i dettagli che mi ha reso difficile vedere ogni singolo fotogramma. Dal soffermarsi un secondo di troppo sugli sguardi vuoti di chi ha perso completamente la dignità, all'inquadrare le mani dei signori, elegantemente ornate da fedi nuziali che non hanno fatto altro che dare un tocco disturbante di umanità a chi di umanità ne sembrava privo del tutto. È stata proprio questa totale assenza di umanità a rendermi il film insopportabile, più che le (efferatissime, ho dovuto distogliere lo sguardo molte più volte di quanto mi piaccia farlo) scene di violenza tanto chiacchierate. Non c'è speranza di salvezza, nè di redenzione, nessuno sarà salvo. Occhi spenti indossati da giovani privati dei vestiti (la nudità obbligata per me è terrificante, un'angoscia che non pensavo di provare), come se tutta la loro dignità fosse nascosta lì, nei taschini delle camicie. E le risate, ah quelle mi hanno fatto bollire di rabbia. E la leggerezza delle tre ex prostitute mi ha dato la nausea, sembravano dire 'Vedete, ragazzi? Fate i buoni, che il sacrificio che state facendo ora vi porterà ad essere eleganti e spensierate signore come lo siamo noi.'

Se era questo l'intento di Pasolini, allora con me ha funzionato. Se voleva suscitare in me ogni tipo possibile di sensazione negativa, il film è un capolavoro. Se invece voleva portarmi alla riflessione, invece, non ci è riuscito, per i motivi di cui sopra.
La sola cosa certa è che questo non è la mia cup of tea. Non è il cinema che amo, che mi fa brillare gli occhi, che mi solleva da un periodaccio.
Volevo scrivere 'da un periodo di merda', ma passerà un po' prima che possa dire certe parole con leggerezza.

Ovviamente non ho parlato di Pasolini solo io. Ci sono anche i miei amicy:
Directors' Cult - Mamma Roma
Non c'è Paragone - Medea
Solaris - Pasolini di Abel Ferrara
White Russian - Accattone
Combinazione casuale - Teorema

venerdì 18 settembre 2015

Wes Craven Day: L'ultima casa a sinistra

14:49


Quando Erica (e chi altri?) del Bollalmanacco ha proposto a noi blogger una doverosa giornata in memoria di Wes Craven, non ho avuto dubbi che avrei approfittato dell'occasione per vedere finalmente un film da cui fino a grossomodo un paio d'ore fa scappavo disperata agitando scenicamente le braccia in aria.


E avevo ragione a scappare, maledetti che siete, avevo ragione io.
Perché Craven è (era, sob, mi riesce difficile il pensiero di dover sistemare tutti i verbi) uno stronzetto. E sappiamo bene che tali appellativi, se pronunciati da qualcuno che ama un certo genere, diventano dei complimenti.
Date in mano ad uno stronzetto l'argomento che più mi sconvolge e il risultato sarà The last house on the left.

Mari (questa non solo si chiama come me, ma c'ha dei capelli pari ai miei, io voglio morire) e la sua amica Phyllis incontrano il giovane Junior, al quale chiedono un po' d'erba. Junior, però, è parte di una banda decisamente poco raccomandabile con la quale le due ragazze dovranno fare i conti.


Non entro nello specifico, con la trama, perché suppongo che tutti quanti la conosciate nel dettaglio. Se la conoscete ma ancora non avete il visto il film, come era successo a me, non sperate di uscirne indenni solo perché già sapete gli eventi, non c'è scampo.
E non sperate nemmeno di nascondervi dietro ai banalissimi 'Eh ma tecnicamente insomma fa un po' piangere!', oppure 'Sì va beh ma che filmetto mediocre!'.
Balle.
Cioè no, non sono balle, è vero che si tratta un lavoretto pseudo amatoriale e che i virtuosismi tecnici vivono altrove. Qui abbiamo peni staccati a morsi, nomi incisi sul petto come se si stesse marchiando il territorio...e io ho visto solo la versione tagliata.
Il punto però non è questo: è che non ce ne frega niente, perchè a fine visione avremo più o meno la sensazione di essere stati investiti da un autobus. O proprio da un treno merci. Se a fine visione ci arriviamo, il che non è assolutamente scontato dal momento che si parla di violenza sessuale. E io con la violenza sessuale non ce la faccio. Non so se sia legato al mio essere femmina, ma spero di no, è solo che non le riesco a guardare, le scene di stupro, mi lasciano devastata, come un animale ferito che si lecca le ferite in un angolo. Non mi importa se, come ci ricorda la locandina, è solo un film, se l'attrice in questione non sta davvero subendo violenza.

Quella ripugnante bocca sbavante, quegli occhi rovesciati all'indietro, io so che mi tortureranno a lungo. E so che tu, Wes, sarai lì a gongolare, vedendomi così scossa. Quanto ti ci vedo, soddisfatto del tuo lavoro.


Non sono stata l'unica a ricordare Craven, oggi, leggete un po' cosa ne dicono loro:
Il Bollalmanacco di Cinema
Non c'è paragone
Scrivenny
Combinazione Casuale
White Russian

martedì 28 luglio 2015

Tratto da un racconto di Stephen King: Stand by me

23:04
(1986, Rob Reiner)

Ho pensato a lungo su quale potesse essere il film migliore da trattare individualmente perché per quanto ci ostiniamo a dirlo, non è vero che ogni film tratto dai lavori del troppo nominato Stephen King fa pietà.
Alcuni fanno piangere dall'amarezza (Mercy, Mercy, Mercy!!), altri sono minuscole caccolette in confronto alle parole del Meraviglioso, e poi ci sono quelli belli.
Che quando dico belli intendo Belli.
E sarebbe facile stare qua a elencare i motivi per cui ritengo Shining l'unico film al mondo degno di essere chiamato Perfetta Opera D'Arte, oppure ribadire l'intramontabile fascino di Carrie o Misery.
Ma lo sappiamo già.
(Non che ribadirlo faccia male, ANZI, qua siamo a favore del repetita iuvant)
Di fianco a questi colossi dell'horror, però, ci sta Stand by me. 
Che titolo bellissimo, eh?
Stammi accanto.


Non importa a quanti anni si affronti la visione di Stand by me per la prima volta. Non importa che siate stati bambini composti e beneducati o coloriti maschiacci poco puliti. Non importa nemmeno che i vostri film preferiti siano di tutt'altra pasta. E non importa neanche se pensate che il solito autore sia un mediocre essere come tanti altri.
Stand by me è la trasposizione in pellicola del racconto in cui il Nostro ci mostra tutta la sua capacità di prendere l'animo umano e riproporlo in parole. In cui dimostra che non serve essere bambini per raccontare i bambini.
Basta una buona memoria.
Perché non c'è niente di più reale e universale della voglia di avventura (di qualunque tipo essa fosse, non c'è certo bisogno di scappare di casa di nascosto per viverne, anche se lo sognavamo tutti), e del desiderio di viverla con i volti cari dei nostri amici. Quegli stessi amici che prendono il tuo grande dolore e lo stritolano sotto le mani quando ti abbracciano, o quando ti danno un pugno, o quando ti buttano giù da un ponte per impedire che il treno vi investa entrambi.
Il dolore, sì, quello che già a 13 anni senti fortissimo alla bocca dello stomaco, anche quando magari non ne puoi comprendere tutte le implicazioni ma che può comunque rovinarti il funzionamento dell'apparato digerente e il ritmo sonno-veglia.
Essendo così giovane guardo a quell'età con ancora troppo coinvolgimento, non ho il distacco necessario per analizzarla come si deve.
Anche se, in effetti, ci si stacca mai dal noi stesso bambino?
King non lo ha fatto, ma nemmeno Reiner.
Che è riuscito a rendere, in un modo incantevole, tutto lo splendore di quegli anni, quando un secondo prima ti atteggi a uomo vissuto con la sigaretta in bocca e quello dopo preghi i tuoi amici di non raccontare storie dell'orrore perché te la fai sotto.
O quando vorresti trascorrere le giornate in spensieratezza, a cantare canzoncine per insultare le mamme dei tuoi amici (questo non passerà mai di moda) e a scappare dai bulli, come ci si aspetta che tu faccia a quell'età, e invece vivi col tremendo dolore della perdita di un fratello, o con la complicata convivenza con un padre difficile.
Quando vorresti essere già adulto e nello stesso tempo non esserlo mai.


Di tutte le scene iconiche che Stand by me ci regala, quella che preferisco e che credo renda perfettamente in immagini tutto il discorsone fatto sopra è una breve scena in cui i quattro amici stanno camminando in file da due. I ragazzi dietro stanno parlando del loro futuro, dei loro genitori difficili, dei loro desideri anche lavorativi. I due salamotti che stanno davanti, invece, discutono animatamente su chi sia più forte tra Braccio di Ferro e Superman. Entrambe conversazioni che riescono ad essere perfettamente legittimate dall'età dei protagonisti. Teneramente commovente, con quel loro modo di essere così goffi e impacciati, e quel sentirsi già così maturi. E così per tutta la durata di questo sognante e incredibile film, in cui scene dolcemente comiche si alternano a quelle altrettanto dolci ma struggenti.
Quanto è struggente vedere questi ometti entrare nel nero del dolore e cercare di nuotarci in mezzo, perché è proprio qui che stanno imparando come si fa a starci a galla. In un battito di ciglia avranno già imparato a gestirlo, ma ora sono qui e devono sbattere forte le gambe, anche se dopo un po' fa male e vengono i crampi.
Non ci si sveglia un mattino improvvisamente più grandi, saggi e ragionevoli. Si cresce minuto dopo minuto, su quelle rotaie in cui un passo non è mai compiuto dalla stessa persona che ha mosso quello precedente.
E non te ne accorgi mai, che stai crescendo.
Tu vivi, e basta.
Quando ti fermi a riflettere ti accorgi che magari è cambiato il modo di vedere le cose, o che i tuoi interessi non sono più gli stessi, che è mutato persino il tuo modo di rapportarti con le altre persone. Ma quando tutto questo stravolgimento sia avvenuto, tu mica lo sai.
Tu stavi solo passeggiando sui binari.

giovedì 22 gennaio 2015

Nightmare: Dal profondo della notte

17:24
(1984, Wes Craven)

Prestate attenzione al dialogo che segue:

'Ah, quindi sei appassionata di cinema, eh? E quali generi ti piacciono?'
'Gli horror'
'Eh??'
'HORROR, mi piacciono gli horror.'

A questa mia affermazione le reazioni sono le più diverse e spassose, ma ne riparleremo.
Oggi vi racconto di quando dico che mi piacciono gli horror e la gente risponde pressapoco così:
'Noooooo, grandissima, anche a me! Fia li ho visti tutti oh, Halloween, Non aprite quella porta, Venerdì 13, Nightmare, UN CASINO!'

L'avete notato per forza anche voi.
Gli slasher vanno via come il pane.
Amati da tutti, visti da tutti.
Se poi considerate il boom di remake degli anni 2000, la slashermania è ritornata alla grandissima. Anche quelle persone che ad un certo genere si avvicinano solo superficialmente, state certi che almeno un Nightmare l'hanno visto.
Ho visto un pupazzetto di Freddy Kruger persino vicino al pc del figlio di Selvaggia Lucarelli, per dire.


Ma cos'ha sto Freddy più degli altri?
Partendo dal presupposto che i miei incubi sono abitati solo ed esclusivamente da Michael Myers e nessuno l'ha ancora schiodato dal suo trono malefico da cui controlla subdolamente il mio sonno, Freddy Krueger è praticamente perfetto.
Costruito perfettamente per funzionare.
E' brutto, sembra umano ma non lo è (il solo fatto di comparire solo nei sogni lo smaterializza del tutto, eppure...), fa un uso strepitoso di humor nerissimo, ti colpisce lì dove pensi di essere impenetrabile, nel sonno.
Ma un burattino per quanto possa essere ben fatto, ha bisogno di un bravo burattinaio.
Ed ecco che il ruolo finisce in mano a Robert Englund, che più che interpretare Freddy Krueger E' Freddy Krueger. Che è naturalmente dotato di un fascino irresistibile che rende il suo personaggio il più carismatico e affascinante di tutti quei villain che tanto conosciamo e tanto amiamo.


In Dal profondo della notte, tanto per raccontare grossomodo cosa succede a quelle due anime che non l'hanno visto, Freddy visita le notti di un gruppo di quattro giovani amici, che finiscono per morire uno dopo l'altro. Nancy è l'unica in grado di affrontarlo.


Ecco, Nancy. Altro bel tipino. Impaurita sì, perchè non è mica scema, ma determinata. Avrà tempo dopo di piangere i suoi morti, adesso deve salvarsi la pelle, e riuscirci con un uomo che ti ammazza in sogno non è così scontato. Senza contare su nessuno, nemmeno rivelando i suoi piani al suo ragazzo.
Soprattutto se oltre a lui devi affrontare i tuoi genitori, che ti nascondono più di quanto tu creda.

E anche Craven ci nasconde qualcosa.
Ci fa credere di andare a vedere un semplice film in cui qualcuno ammazza un po' di gente e invece troviamo sì adolescenti in fuga dalla morte, ma anche adulti complessi, assenti (vedi la mamma di Tina), incapaci di gestire vecchie ferite (o vecchie colpe?) e soprattutto che considerano i figli ancora troppo piccoli per parlarne con loro.

Rivisto oggi porta ancora splendidamente la sua età non più freschissima di scuola materna, tanto da farmi pensare (ancora più del solito) a quanto inutile sia stato il remake del 2010 dato che ad effetti speciali da queste parti stiamo ancora abbastanza bene, grazie.

Nightmare, semplicemente.
Un incubo.
Un riuscitissimo incubo.
 

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