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sabato 11 febbraio 2017

Non solo horror: Qualcuno volò sul nido del cuculo

11:36
Per il trecentesimo post di MRR volevo qualcosa di speciale. Volevo un film importante, potente, con molte cose da dire. Speravo di non uscirne a pezzi, ma mi sono sopravvalutata. Dovevo saperlo, perchè l'ultima volta che ho visto un film di Forman non solo ho pianto per giorni, ma ancora adesso resto scombussolata dalla (bellissima) colonna sonora. Sì, ci piango ancora per Hair. 


Qualcuno volò sul nido del cuculo parla di McMurphy, uno splendido Jack Nicholson che fa il suo ingresso in un istituto psichiatrico. I motivi del suo ricovero sono un po' controversi: forse ha una malattia, forse no, ma va tenuto sotto osservazione. Qui Mac farà la conoscenza degli altri ospiti della struttura e della realtà degli ospedali psichiatrici.

Messa giù in questo modo la trama, sembra si parli di un film denuncia, di un trattato sulla società, di un manifesto. Non che non sia anche tutte queste cose, ma c'è tanto, tantissimo altro. Se ne esce sopraffatti e pieni di riflessioni. Sono due ore che scorrono velocemente ma che toccano l'infinito.
Temo che questo post sarà pericolosamente simile a quello di Freaks, spero perdonerete la ripetitività. Non credo che paragonandoli farei un favore a nessuno dei due, ma in effetti concorderete con me che poche altre volte al cinema la disabilità è stata trattata in un modo così efficace. È troppo facile raccontare la storia del genio malato (quella Teoria del tutto a cui riconosco alcuni meriti ma che nel complesso malsopporto), o dell'uomo che ha aiutato gli inglesi a vincere la guerra (ecco, The imitation game mi è piaciuto già di più, e non solo per Cumberbatch). 
Se vogliamo trattare dei disabili dobbiamo sporcarci le mani, scendere nei meandri delle difficoltà più oscure, per far riconoscere alla nostra coscienza chi siamo e cosa facciamo noi normodotati. Se Freaks era però ad un livello di coscienza dell'altro quasi medievale - non solo i disabili sono diversi, ma sono proprio fenomeni da baraccone, strumenti di spettacolo - qua siamo un passo ben oltre. 
Jack Nicholson è un personaggio che, colmo di genuinità, senza pensarci, senza sforzarsi, fa tutto quello che dovremmo fare noi. Quello che a causa del terrificante buonismo di cui ci rivestiamo non riusciamo a fare, perchè siamo ancora quelli che quando vedono un disabile dicono 'poverino'.
Lui no. Lui i disabili li prende in giro, come si fa con gli umani normali. E infatti cosa succede? Crea rapporti incredibili, viene amato incondizionatamente, diventa punto di riferimento e di forza. 
Se deve insultarne uno, lo insulta. Cinque minuti dopo, però, ci gioca a basket, come farebbe con qualunque altro amico. Sì, anche arrabbiandosi se non giocano bene, come farebbe con un amico normodotato. 
Ci viene talmente naturale riservare trattamenti speciali a persone che magari speciali non ci si sentono affatto. Ma l'equità non è questa. Equità è darti modo di essere uguale a me, per cui se non puoi camminare ti dò tutto quello di cui hai bisogno. Se non puoi comprendere alcune cose ti aiuto a farle tue. Ma per il resto sei come me, e come me hai diritto ad essere trattato.

Forse io parlo bene perchè non ho mai avuto rapporti con persone diversamente abili. Ogni tanto lavoro con una ragazza che soffre della sindrome di Down, ma questo è tutto. Non so come la penserei se avessi contatti più variegati e costanti, ma di certo Forman, come aveva fatto Browning, mi ha dato una gigantesca lezione di vita, mostrandomi l'amore, la lealtà e l'amicizia nella loro forma più elevata, genuina, depurata da ogni malizia. 
E poi mi ha lasciata in pezzi, ma ne è valsa la pena.


(Vi invito a seguire sui social Iacopo Melio, il ragazzo che era diventato noto per aver sollevato i problemi del trasporto ferroviario italiano per i disabili. Alcuni lo accusano di essere un po' saveriotommasiano, e non posso dirmi contraria, ma se si parla di disabilità il suo sguardo è molto importante per confermare nuovamente il messaggio del Cuculo. Non sia mai che ce ne dimentichiamo.)

sabato 4 febbraio 2017

Non solo horror: Drive

18:49
Il primo film di Refn che ho visto è stato The Neon Demon, che mi aveva fulminata. Se la tirava talmente tanto da farsi un giro intorno, ma a me andava benissimo così, perchè il film era talmente bello che si meritava di tirarsela. Volevo continuare con Valhalla Rising, che sta comodo comodo su Netflix ad aspettarmi. Avevo il tarlo di Drive, però, e se ho un tarlo prima risolvo quello e poi passo oltre.


All'alba della mia seconda visione di Refn posso confermare la mia tesi: non solo fa bene a tirarsela, DEVE tirarsela, perchè lui è un talento grande e noi non siamo nessuno. Siamo piccoli piccoli, umani sconvolti di fronte ad un film che, adesso posso confermarlo con la mia inutile voce, è davvero il Capolavoro che avete detto per tutti questi anni.

Protagonista è Ryan Gosling, e di lui parliamo dopo, che non ha nome. Guida in modo eccezionale ed è completamente privo di paura e spirito di sopravvivenza. Nella sua vita di tutti i giorni usa il suo talento e la sua spregiudicatezza per fare lo stuntman sui set cinematografici, di notte fa da autista per i criminali. Questa routine verrà spazzata dall'ingresso nella sua vita di Irene, la vicina di casa. E niente sarà più lo stesso.

Sì, nel riassumere la trama ho dato volutamente un risvolto romantico, che farà storcere il naso ai puristi dell'azione dura e cruda. Non che loro resterebbero comunque delusi da Drive: è un inarrestabile crescendo verso una violenza inaudita e senza pietà. Ma la cosa che ha lasciato me a fine visione così profondamente provata è che si stia parlando della più genuina e candida storia d'amore che abbia visto in un film di recente. 
Partiamo dal presupposto che io non amo i film d'amore, li trovo generalmente presuntuosissimi quando vogliono elevarsi a grande realtà oppure idiozie totali. Ci sono le ovvie eccezioni e con questo concludo la mia polemica. Drive fa il miracolo: parla d'amore senza parlarne, senza mostrarlo, agendo. Che poi è quello che fa la gente innamorata, no?
Non c'è bisogno di parole, non serve la scena plateale che fa scombussolare l'ormone degli spettatori infoiati, non serve neanche fermarcisi troppo su: un paio di sguardi ben sistemati, una mano sopra l'altra, un sorriso. Noi siamo fregati. Se non ci aveva inchiodato alla sedia il primo inseguimento, quello che è lento e silenzioso e che ha i titoli di testa rosa fluo intorno, allora sarà l'amore a farlo. 
Un film intero, uno straordinario film intero, che si muove perchè la cosa più importante è l'incolumità di una donna appena conosciuta e del suo bambino. Non conta se nel frattempo si rischia la vita, non conta se si ignora la legge, non conta nemmeno (in un momento PAZZESCO PAZZESCO PAZZESCO) se lei perde la buona immagine che aveva, se si uccide metaforicamente ogni possibilità di essere amato da lei uccidendo realmente un'altra persona, non importa più se si è i primi a spaventarla. Lei è salva, ed è quello che conta.
È un amore totalizzante, di una generosità sconvolgente, inarrivabile. 
Il pilota avrebbe potuto farsi quei famigerati cazzacci suoi grazie ai quali pare si campi cent'anni. Ma qualcosa lo aveva reso più umano: il più basilare dei sentimenti. Se all'inizio ci pareva quasi robotico, assente, privo di pensieri, alla fine del film, con quella canzone, lo vediamo più umano di tutti noi.

E qua devo le mie scuse ufficiali a Ryan Gosling. Su Facebook avevo detto che preferivo Reynolds. Qua G. tira fuori una virilità incredibile, rivelandosi stupendo, una bellezza che avevo sottovalutato. Ragazzi, è un figo pazzesco. Ho già usato l'aggettivo pazzesco in questo post? 
Non importa se questa sua espressione rigidissima sia data da scarse capacità recitative (La La Land sembra confermare questa tesi), qua era perfetta e tanto basta. Qualche mezzo sorriso buttato qua e là, tanto per non farci abituare, e poi di nuovo indecifrabile. Mai che si parli di lui, che si sentano i suoi pensieri, che si vedano le sue emozioni. O forse invece sono cristalline, basta solo guardare bene.

Insomma, filmettino da niente, dicevamo.
Ad ergerlo a capolavoro per fortuna c'è Ron Perlman.
#Perlman2020

sabato 14 gennaio 2017

#CiaoNetflix: Indiana Jones e i predatori dell'arca perduta

17:33
Se voglio che Erre mi accompagni al cinema fino all'uscita (credo imminente) di The conjuring 37 devo anche io guardarmi il suo cinema ogni tanto, quindi, complice il sempre amatissimo Netflix, è stata la volta di Indiana Jones. Ho avuto di recente la preoccupazione di doverlo consolare per la dipartita della Sua Principessa, non voglio nemmeno provare ad immaginare il giorno in cui dovrò dirgli che Harrison Ford ci ha lasciati. Capace che si toglie la vita.

Un invito per le donne all'ascolto
Indiana Jones è un archeologo che a tempo perso va in giro per il mondo a recuperare tesori perduti. Per questo motivo viene assoldato dall'intelligence, che gli chiede di recuperare l'Arca dell'Alleanza, che è nel mirino dei nazisti, e niente finisce bene se ci sono di mezzo i nazisti.

Se siete capaci di trovarmi un bambino che da piccolo non voleva fare l'archeologo vi pago una birra. Ma di quelle sottomarca dell'eurospin che sono povera.
È una fase attraverso la quale per qualche motivo siamo passati tutti, c'è qualcosa nello scavare per terra e trovare cocci d'argilla che ci ha affascinati tutti.
Ah, no, che scema. Dei cocci d'argilla non è mai fregato niente a nessuno, noi volevamo scavare e trovare tesori impolverati, volevamo misteri sulle antiche civiltà (preferibilmente gli egizi che erano i preferiti di tutti, anche se la faccenda era geograficamente impossibile), volevamo stare nel fango fino al collo per poi estrarre come per magia il dente di un dinosauro o un antico medaglione dorato che nascondeva una maledizione.
Suona familiare? Perchè a me sembra che Indiana Jones sia esattamente quello che tutti avremmo voluto essere da piccoli. Vai poi tu a spiegare in giro perchè ha fatto soldi a palate, a me pare palese.
Ah, sì, poi c'è anche il fatto che sia un film d'avventura pazzesco, in grado di piacere anche a me, che guardo film in cui i personaggi sono lenti come la quaresima (zombie, fantasmi, villain degli slasher...tutti LENTI). Ho riso come una dannata.
Indiana è uno sbruffoncello pieno di cultura (l'uomo ideale? non mi sento di dissentire), bello da matti, che va in giro per luoghi tropicali a recuperare tesori nascosti e misteriosi, forse un po' paranormali.
Rileggete la frase sopra e ditemi se non è la definizione perfetta del film PER TUTTI.
Bambini avventurosi e bambine altrettanto, persone romantiche e sognanti e gente che ama i cazzotti, ricercatori di violenza, partigiani, amanti del mistero, appassionati dell'ironia intelligente e persone che, molto semplicemente, vogliono un film passatempo che intrattenga davvero. A costo di ripetermi, dirò di nuovo quello che penso di Lucas e che ho già detto parlando di Star Wars: ha capito esattamente cosa vogliamo quando entriamo al cinema, cosa ci serve per ricordarci che va bene fare i radical chic di stoc., io per prima, ma che ogni tanto ci servono le botte da orbi e le grasse risate e i bauli dorati con dentro un gran tesoro. Non solo ci servono, le bramiamo. 
E se bisogna farlo, bisogna farlo bene, quindi ok l'avventura divertente, ma che sia fatta come dio comanda.
Infatti eccoci qua, più di 35 anni dopo.
Funziona.

martedì 25 ottobre 2016

Incontri ravvicinati del terzo tipo

14:53
Me ne frega qualcosa di alieni? No.
Me ne frega qualcosa di Spielberg? No.
Quindi che film guardo?
Incontri ravvicinati del terzo tipo.
Chiaro.

Roy è un elettricista, Jillian la madre di un bambino tra i più belli che io abbia mai visto in un film. Insieme ad altre persone assistono a strani fenomeni in cielo, e capiscono che si tratta di alieni. La loro curiosità non viene affatto soddisfatta dalle autorità,e toccherà a loro andare a fondo.


Io non lo so cosa mi sia venuto in mente, perché se oggi penso a me che guardo un film di millecinquecento ore (va beh, sono due abbondanti, ci siamo capiti) che parla di astronavi con le lucine mi viene da ridere. Non è la mia cup of tea, e capisco che in effetti verrebbe da chiedere quale sia, la mia cup of tea, dato che non mi piace quasi niente.
Come mi era già successo guardando Pacific Rim, però, ho provato ad uscire dalla mia adorata comfort zone, e a buttarmi su qualcosa di fuori dai miei canoni. Come con Pacific Rim, ne è valsa la pena.

La curiosità è una di quelle caratteristiche che mi fa piacere le persone. Figuratevi quindi come mi è piaciuto Ray. Avrebbe potuto archiviare tutti i folli eventi che gli sono capitati sotto l'etichetta 'eh va beh avevo sonno' oppure 'forse dovevo bere un pochino di meno'. E invece no. Lui si è fissato che gli alieni stanno arrivando e ne vuole sapere sempre di più, lui e quella sua esilarante faccia mezza scottata.
Come spesso mi capita, non avevo letto niente al riguardo, volutamente. So di essere molto influenzabile e non volevo essere una di quelle per cui Incontri ravvicinati è bello perché sì. Non sapevo se aspettarmi uno di quei film in cui gli alieni sono brutti e cattivi e ci vogliono morti, e speravo di no perché l'ultima volta che ne ho visto uno è stato quella pagliacciata de Il quarto tipo e non volevo ripetere l'esperienza. Avevo anche paura che fosse uno dei film pieni di buoni sentimenti di SS, che a me in generale non soddisfano e fanno un po' sbuffare.
Effettivamente, è stato questo il caso.
La differenza è stata nel modo in cui ai buoni sentimenti si è arrivati, perché poco prima un bambino era stato rapito e va bene tutto ma di buono non ce n'è nemmeno l'ombra.


Riesco tranquillamente a vedere i bambini degli anni 80 a fremere dall'eccitazione per questo film, e questo non può che essere un complimento. La scena dell'arrivo della nave madre (si dice così? Riccardo invoco il tuo aiuto) è incredibile, da bocca spalancata. E mi immaginavo milioni di bambini così, con le manine incollate allo specchio ad ammirare le luci e l'enormità della nave, e secondo me questo è sinonimo di successo spaventoso. Perché prima è stato brutto, e spaventoso (sappiamo per esperienza che i papà che perdono la testa ci fanno paura), poi però è diventata magia.

Non se se arriverà il giorno in cui film come questo mi faranno gridare al miracolo. L'altro giorno, però, mi sono molto divertita, mi sono lasciata di nuovo andare all'inaspettato e non esiste esperienza migliore.

lunedì 22 agosto 2016

Di case, motoseghe e libri dei morti

16:47
Ero qui, appollaiata nel mio sconforto, senza la voglia di aprire Blogger perché non avevo niente da farci. Contemporaneamente, una serie di fortunati eventi porta me ed R ad avere molto tempo libero da spendere a non fare altro che guardare film, su film, su film.
Risultato: maratona Evil Dead, film e serie.
Risultato #2: post.

Che La casa sia uno dei film pilastro della mi vita ormai lo sapete. Tutto quel sangue mi aveva fatto venir voglia di aprire un blog che avesse quantomeno lo stesso colore. A volte lo vorrei più minimal o professionale, ma poi mi ricordo che quei 3 pirla là, quelli grazie ai quali ci siamo tutti ricordati che fare film può anche divertire un casino, avevano fatto colare del sangue sull'obiettivo della macchina da presa, sento di volerli continuare ad omaggiare così.


Non che in La casa ci sia alcunché di divertente, anzi. Ci sono morti, posseduti, violenza, sangue come se piovesse (e pioverà, nel remake di Alvarez). Però piano coi giudizi: ok che ci sono i demoni e la gente indemoniata, ma mica siamo Friedkin noi. Niente metafore, niente profondità di intenti, niente studi sull'anima e la religiosità e la vita degli adolescenti che entrano nella pubertà. Questi qua hanno solo voluto farci una paura incredibile e ciao, tante grazie. Ed è facile oggi, quando vediamo un film a scelta dalla saga di Saw e vediamo i tendini fatti al pc, dire che un film degli anni 80 non fa nè paura nè impressione, ché tanto siamo abituati meglio. Questi avevano meno di 30 anni, poco più di una quindicina di dollari e hanno creato una casa dalla quale trent'anni dopo ancora non vogliamo uscire, e paghiamo pure, per restarci, investendo in una nuova serie tv, dei vostri occhietti abituati agli effettacci francamente ci importa molto meno di un bel cazzo di niente.
Perché La casa, il primo, paura la fa. E diventa così popolare, così importante e così amato perché la passione trasuda insieme alle gocce di sangue. I tre pirla di cui sopra, dove con tre intendo Raimi Campbell e Tapert, pirla non lo erano per niente. Io me li immagino dei cazzoni incredibili, o forse è il mio cuore che li vorrebbe così, ma non erano stupidi per niente. Mi piace immaginarli seduti nell'altalena sotto il portico, con una cannetta, a cercare di capire come realizzare quella scena che hanno chiaramente in mente pur non avendo un centesimo, pieni di entusiasmo e poco altro, perché è solo quella voglia lì che ti fa alzare le chiappe per fare qualcosa.




La casa funziona, e quindi ci meritiamo un sequel. LORO si sono meritati il sequel, con più soldi e possibilità, ma con gli stessi cervelli cazzoni da soddisfare. Risultato: un film che sembra quasi un remake benestante. Sembra, dico bene. Perché per quanto la trama sia imbarazzantemente simile, qua succede una cosa diversa: si ride. Ma intendo che si ride davvero. I tre non si sono dimenticati certo che sognavano un horror, e quindi si danza di nuovo tra sangue e frattaglie, Qua ci si amputa la mano, non so se mi spiego. L'epicità è a livelli importanti, quando si passa davanti a La casa 2 ci si deve togliere il cappello in segno di rispetto.
Bruce smette di essere il tenero Ashley, fidanzatino devoto e amico leale, per trasformarsi in Ash, quello che è chiaramente il preferito di tutti.
La trasformazione è definitiva in L'armata delle tenebre, l'opera in cui la serietà e la volontà di terrore del primo sono ufficialmente mandate in vacca. Ora, per parlarci chiaro: non mi fa impazzire questo terzo episodio. Quell'aria da cult indimenticabile mi piace anche, ma ho riso meno di quanto avrei voluto. Certo, farmi paura è molto più facile che farmi ridere, e le commedie in generale non mi piacciono. Se voglio una horror comedy vado da Simon Pegg e passa la paura. Mi dispiace, non volevo sminuire il film importante e famoso, è solo che mi è piaciuto meno degli altri.

Questo faceva prevedere brutte cose verso la serie.
E invece, Djesoo, che roba incredibile. Già dal trailer subodoravo lo splendore, ma poi entrarci è stato un viaggio magnifico.
Primo episodio: il ritorno di Ash. Ce lo ricordavamo sbruffoncello, morto di patata e portatore sano di arroganza. Si conferma tale, al cubo. Se questo non fosse sufficiente a far riaffiorare in noi le farfalle nello stomaco, ecco che un nuovo elemento si aggiunge alla lista di cose che rendono Ash l'ideale compagno di birre: una brutale e straordinaria autoironia.
Nella serie Ash indossa la pancera, porta una dentiera, presumibilmente quei capelli sono pure tinti, sfrutta la disabilità per farsi donne banalmente nei locali, non prende sul serio nemmeno la morte. È una goduria per gli occhi. Ma non posso fermarmi qui, perché se il trio lescano non si è dato una regolata non vedo perché dovrei io.
Se il ritorno di Ash non vi fosse sufficiente, se Ash invecchiato - ma ugualmente cazzone - non bastasse a soddisfare la vostra impellente necessità di epicità, ecco che arrivano le novità tecnologiche: il fucile, quel boomstick che ha del mitologico, spunta volante dal pavimento della roulotte premendo un pulsante e la mano di legno viene sostituita da una robotica che sfrutta sempre adeguatamente la sua capacità di alzare il dito medio. La motosega non è stata certo dimenticata, solo che stavolta, almeno una volta per episodio, viene infilata sul moncherino al volo, possibilmente al rallenty.

È la fiera del TROPPO, ma è un troppo di quelli gustosissimi, di quelli con sangue che continua a scorrere a fiumi e la voglia di non smettere mai. Nemmeno quando Ash si rivela più umano del previsto, con i suoi nuovi bizzarri amici (per una volta non è solo!), nemmeno quando, in uno straripare di old feels, torniamo nella Casa, proprio lei (va beh, non lei lei, ma è lei, no?), con la sua altalena che sbatte e i boschi molesti.


Mi sono sempre immaginata seduta in un bar con loro tre, a sentirmi raccontare la stessa vecchia storia di come sia stato Sam a distruggere la caviglia di Bruce investendolo in bici, come una nipote che amorevole ascolta i nonni ripercorrere con nostalgia gli anni della gioventù.
La mia, di gioventù, è stata bella anche grazie a loro.

domenica 12 giugno 2016

Venerdì 13 (1980)

17:00
L'altro giorno il direttore della mia banca mi ha detto che scambierebbe volentieri la sua polizza assicurativa vantaggiosa con la mia giovane età.
La sfiga di avere pochi anni comporta, oltre al pagare millemila milioni per assicurare un'auto, il ritrovarsi tra i piedi certi personaggi, senza avere la più pallida idea di come ci siano finiti.
Quando sono nata Jason già era morto un bel po' di volte. Eppure era sempre lì, nella mente e nell'immaginario di tutti, saltellano sulle colline a braccetto con l'altro losco individuo, quel Freddy Krueger che secondo me avrà film dedicati fino alla fine del mondo come lo conosciamo.
Per qualche motivo, che qualcuno più esperto di me vi saprà senza dubbio spiegare meglio, questi signori hanno smesso di essere solo personaggi fittizi, sono diventati parte della cultura popolare al punto da essere incredibilmente noti anche a chi per l'horror non bazzichi per niente, anche a chi i film originali non li ha mai visti.
E io, Venerdì 13, non l'avevo mai visto.
Ricordo spezzoni di sequel visti negli anni, ma Lui, quello capostipite, mi mancava.


Visto con gli occhi di chi è cresciuto con le sue conseguenze, Venerdì 13 è solo una delle tante storie horror piene di quei perculatissimi luoghi comuni che tanto ci piacciono: gruppo di ragazzi di cui non sappiamo niente, assassino che li decima, luogo di vacanza sperduto nei boschi, la final girl che è l'unica in tutto il film che non è riuscita a farsi il moroso. . .
Stavolta siamo a Camp Crystal Lake, l'assassino è il celeberrimo Jason con la maschera da hockey (se non altro, crediamo sia lui per la sua notorietà, la prima sorpresa di questa visione è che lui manca completamente dal primo capitolo). la final girl è Alice. Poco altro vi importa sapere, se fate parte di quella schiera di giovanissimi che hanno questa lacuna. Unitevi a me, giovani spavaldi, che parliamo di roba seria.
Quello che vi succederà ad un certo punto durante la visione è una gloriosa epifania, un sonoro 'AAAAAAAAAAHHHHHHH!' che rimbomba in quel contenitore vuoto che ci piace chiamare cervello. È il momento in cui capiamo insieme che tutto è iniziato qui.
Che prima di questo filmettino (che se proprio dobbiamo riassumerne un'opinione non è che mi abbia proprio fatto impazzire) la gente non guardava a questi elementi comuni del cinema come li guardiamo noi oggi.  Per noi sono quasi superati. Li conosciamo bene, li prendiamo in giro anche se di cinema ne sappiamo poco, ma ogni tanto ci dimentichiamo che la storia non è iniziata con noi. E che se noi, oggi, facciamo a gara al cinema per vedere chi resiste di più in un torture porn qualsiasi è perché qualcuno, 30 anni fa, prendeva a mazzettate negli occhi gli adolescenti sporcaccioni e faceva inorridire i benpensanti. È bello vedere la nascita, la storia, anche quando è un film abbastanza noioso, ve lo garantisco. Anche se Jason non è simpatico quanto Freddy, o inquietante quanto Michael.

È un po' come andare al museo egizio: andare a quello archeologico richiede più passione e più conoscenza per far sì che apprezziamo la gita, esattamente come vedere i film vecchiiiiiissimi richiede uno sforzo in più. Col tempo poi si va che è un piacere, ma ci vuole pazienza. Quello egizio, invece, è una figata: è colorato, chiassoso, esoso con tutte le statuone imponenti e le maledizioni dei faraoni, però ti insegna la storia comunque. È più vicino a noi in modo che possiamo sentirlo in modo più empatico, ma abbastanza lontano da farci trattenere il fiato quando vediamo che gli egizi già avevano le infradito.
Non so se mi sono ingarbugliata o se questo paragone abbia senso, nella mia testa giuro che ce l'ha.


Come al solito, parlare di qualcosa di così storicamente importante diventa complicato in un blog come il mio dove non si vuole parlare di tecnica e storia e influenze (per quello è sufficiente Google, o magari qualche sito migliore), soprattutto quando queste si rivelano più interessanti del film stesso.
Mettiamola così: Jason fa ancora parte, 30 anni abbondanti dopo, di quel giardino di personaggi che stanno nel cuore di tanti, quella maschera lì è ancora troppo presente perché possiamo passargli oltre e ignorarla.
Onorare i genitori del cinema che oggi andiamo a vedere in sala, quarto comandamento.

venerdì 29 aprile 2016

Lo squalo

20:11
Vi devo dire una cosa, però promettetemi che state calmi.
Spielberg mi sta un po' antipatico.
Sarà che lo conosco poco, sarà che sono troppo giovane per far parte di quella generazione che ha lasciato il cuore su E.T., sarà quello che volete, ma a me lui è sempre piaciuto poco.
E questo, lo comprendo, sarebbe un ottimo momento per far partire il defollow istantaneo.
Ma perché scappare proprio ora, quando io e S.S. ci stiamo conoscendo un po' meglio?

Il vero motivo per cui siamo qui riuniti oggi, a cercare di mettere una pietra sopra le mie passate ostilità verso SS, è uno solo: il GGG.
La mia ossessione per i libri è da attribuirsi a quattro signori, che hanno cullato la Mari bambina fino a renderla il mostro fissato con le parole che è adesso: J.K.Rowling, chiaramente, Bianca Pitzorno, Roberto Piumini e Roald Dahl.  L'ipotesi di un film sul Gigante Gentile mi scalda profondamente il cuore. Diretto da SS, si dice.
E allora eccomi qui, a cercare di fare pace con l'uomo che darà al mio omone un volto.
Inizio con gli squali, ché se vi dico che fino ai 25 anni non avevo mai visto il Signor Squalo mi mettete il muso.

SERVE UNO SPOILER ALERT? IO NON CREDO.


Ho sempre paura, quando guardo questi Grandi Film.
Che non mi piacciano, di non capire la loro influenza su chi è venuto dopo, di non sapere come parlarne. . .
In questo caso le mie paure erano elevate al cubo, perché non è che a me fregasse poi molto di vedere un film su uno squalo gigante che mangiava le persone. Mi dispiace, lo so. Ogni tanto vorrei essere una di quelle persone che amano i mostroni e si esaltano con l'azione, ma non è così, fatta eccezione per quei momenti in cui odio il mondo e lo voglio vedere finito almeno nella finzione. Sono solo momenti, però, di solito resto freddina.
L'ho visto per completezza, perché mi sembrava giusto guardare prima di giudicare, e blablabla.

Stavo in panciolle sul divano, convinta che dopo 10 minuti secchi mi sarei addormentata anche grazie alle 23 ore di lavoro in due giorni che avevo alle spalle. Non mi ero nemmeno preparata la merenda, cosa surreale, non si guardano i film senza mangiare.
Copertina, ché siamo quasi a maggio ma fa un freddo cane, cuscino, pc caldo sulle gambe. Mi davo giusto qualche minuto prima di soccombere.
Risultato: occhi incollati allo schermo.
La mia testa ha iniziato a scuotersi dall'alto verso il basso più o meno al minuto 18: squalone magna bambino. Io lì pronta sul bordo del divano, la mano sul bordo dello schermo del pc pronta a chiuderlo con sdegno: aspettavo la scena straziante della mamma urlante. E invece. E invece costumino che torna a riva, e bam, cambio scena.
Schiaffetto in faccia a farmi vedere chi comandava e io tornata cheta al mio posto.
Non sto ancora facendo plausi a SS, non fraintendetemi, ma quando il regista si esime dal lasciarsi andare a piccolezze dalla lacrima facile, io batto furiosamente le mani.
GRAZIE.

E questo rispetto per il lutto compare sempre, perché non è la sofferenza dei parenti delle vittime ad interessare, nè a SS nè a noi. Che ce ne frega, quelli sono affari loro, son cose private. Qua abbiamo una cittadina dal tenero nome che vede le persone morire una dopo l'altra ma che se ne fotte completamente (sentite che francese), perché se qua non lavoriamo moriamo tutti, oh.
Ehm.
Ci sono giusto due stramboidi che pensano ai morti, ma a cui nessuno crede, perché lo squalo è stato catturato, e credere che quello sia l'animale giusto non solo ci fa sentire a posto con la coscienza, ma ci permette anche di riaprire le spiagge, che è quello che a noi importa. Giusto giusto per il 4 luglio, festa dell'americano medio, a cui per l'appunto l'unica cosa che sembra importare è il guadagno.


Poi, chiaro, c'è lo squalo.
Mai nella vita avrei pensato che un film su uno squalo avrebbe potuto farmi paura. Vivo in Italia, gli squali giganteschi ammazzagente li sento come un pericolo troppo lontano da me per temere per la mia sopravvivenza e per quella dei miei cari. Qui, invece, è successa una cosa bizzarra. Ho tremato dalla tensione. È, mi permetto di fare un paragone di quelli rischiosi, il discorso della suspence hitchcockiana: sappiamo che sta per succedere qualcosa, lo sentiamo perché il film in qualche modo ce l'ha detto (e questa musica, ne Lo Squalo, funziona benissimo a dispetto della sua notorietà), ma i personaggi non ne hanno idea, il pericolo si avvicina e noi vorremmo gridarlo all'ignara vittima, ma ovviamente non possiamo, quindi quel qualcosa di brutto succede e noi ne usciamo stremati.
Due ore così.
Ho avuto l'impressione che SS abbia sempre saputo dove fermarsi: mostro il dolore della mamma che perde il figlio, ma non lo faccio ostentare, creo un falso allarme per stemperare un po', ma lo faccio solo una volta, poi sono volatili senza zucchero, vi schiaffo un po' di sangue ma senza piogge rosse.

Tregua, però, non ce n'è stata data fino alla fine: due ore di pianti e stridore di denti.

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